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Recensione: ANGINE DE POITRINE – “Vol. II”

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È un’epoca stancante, questa, in cui la credibilità musicale non si misura più in litri di sudore versati sui palchi dei club seminterrati ma nella capacità di generare glitch cognitivi attraverso lo schermo di uno smartphone, e il caso degli Angine de Poitrine ne è l’epifania più irritante e sublime.

Questo misterioso duo del Québec ha passato anni a fermentare in un dignitoso anonimato canadese, suonando nel vuoto pneumatico delle province, finché una sessione per KEXP a Rennes non ha trasformato la loro estetica da incubo espressionista in un feticcio virale da milioni di clic.

Klek e Khn de Poitrine, avvolti in abiti a pois monocromatici alla Yayoi Kusama e maschere di cartapesta grezza, disturbanti, lunghe e sproporzionate che sembrano essere uscite da qualche incubo, si autodefiniscono una “Orchestra Dada Pitagorica-Cubista Mantra-Rock”, un’etichetta che puzza di supercazzola colta ma che nasconde una precisione geometrica quasi irritante.

Il loro trionfo è un insulto frontale alle leggi del marketing contemporaneo: in un mercato che mastica pop edulcorato e ritornelli da quindici secondi, questi sedicenti “viaggiatori dello spazio-tempo” impongono suite strumentali di sei minuti, strutturalmente ostili a qualsiasi palinsesto radiofonico, sature di chitarre microtonali suonate con un piglio circense e percussioni che sembrano soffocate dal fango.

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Se anni fa in Italia gli Animaux Formidables avevano tentato una simile sortita mascherata nelle paludi del mainstream italiano finendo tragicamente inghiottiti dall’oblio, i canadesi hanno saputo hackerare l’algoritmo rendendo l’ostico improvvisamente desiderabile.

C’è l’ombra cinica delle sperimentazioni di Frank Zappa che aleggia sopra ogni distorsione, c’è l’ipnosi lisergica dei King Gizzard & the Lizard Wizard filtrata attraverso un’ermetica attitudine da nerd che non concede sconti né facilitazioni uditive.

Il nuovo “Vol. II” non è un album, è un trattato di geometria non euclidea applicata alla poliritmia muscolare dove brani come “Fabienk” trasformano un’ossessione in 7/8 in un parassita motorio che si dimena dentro una griglia temporale contorta, mentre “Sarniezz” oscilla tra uno swing colto e un minimalismo da cavernicolo post-nucleare.

La loro telepatia esecutiva è notevole, un legame telecinetico che trasforma il noise-rock in musica da pista da ballo per intellettuali sull’orlo di un esaurimento nervoso, un rave acido dove il prog e la techno celebrano un matrimonio di convenienza tra i detriti del rock.

Gli scettici possono continuare a gridare al gimmick o all’operazione di packaging situazionista, ma la perizia tecnica che pulsa sotto quegli abiti a pois è una violenza che non si può ignorare.

Gli Angine de Poitrine stanno prendendo per il culo il mondo intero semplicemente suonando meglio di chiunque altro dietro un pezzo di cartone, dimostrando che Internet è un posto terribilmente strano, una giungla dove per farsi ascoltare bisogna prima farsi guardare.

DA ASCOLTARE SUBITO

Fabienk

DA SKIPPARE SUBITO

Nulla. Mezzora può bastare. 

SCORE: 6,50

I VOTI DEGLI ALTRI 

Pitchfork – Voto 8,00
Clash Music – Voto 8,00

TRACKLIST

Fabienk
Mata Zyklek 
Sarniezz
Utzp 
Yor Zarad 
Angor 

DISCOGRAFIA 

2024 – Vol. 1
2026 – Vol. II

I VIDEO 

WEB & SOCIAL 

@anginedepoitrine

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