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Recensione: ANGELO DOMENICO ALFIERI – “Ad Astra”

“Ad Astra” è il primo album da leader del sassofonista milanese Angelo Domenico Alfieri, Sei brani strumentali per undici musicisti, tra jazz e musica da film italiana.
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Ogni tanto bisogna staccarsi dal mondo. Spegnere il telefono, spegnere la radio, togliere di mezzo i rumori di fondo e volteggiare altrove per un po’.

Per farlo serve la colonna sonora giusta; stamattina la mia è stata «Ad Astra», il primo album da leader di Angelo Domenico Alfieri.

Domenico lo conosco da anni, ha scritto anche per Newsic, e l’ho visto coltivare questa passione un giorno dopo l’altro, studiando e sbagliando e riprovando.

Sei brani per trentatré minuti di musica, scritti tra il 2023 e il 2025 per un organico cresciuto un pezzo alla volta. All’inizio c’era un quintetto con tromba, sax tenore, pianoforte, contrabbasso e batteria. Poi è arrivato un trombone, infine un quartetto d’archi, aggiunto perché le composizioni chiedevano quel timbro e nessun altro.

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Il sax di Domenico tiene tutti i colori e conduce il gioco senza fare il mattatore. Il virtuosismo c’è ma resta al servizio della scrittura. È un jazz che si lascia ascoltare anche da chi di solito molla dopo trenta secondi di assolo, e non per questo si annacqua.

Le coordinate e le reference ci sono: l’armonia di Wayne Shorter e Herbie Hancock da una parte, le colonne sonore di Piero Piccioni, Piero Umiliani, Morricone e Nino Rota dall’altra, e sullo sfondo la psichedelia dei Pink Floyd ascoltata da adolescente. Secondo Domenico il jazz di oggi «guarda troppo al proprio ombelico». Il suo disco guarda alla bottega dei compositori italiani che sapevano tenere insieme il colto e il popolare, con un tema che a sentirlo ti fa già vedere il film.

Vale la pena leggere la tracklist con attenzione, perché i titoli raccontano anche oltre la musica. Si parte con La mia preghiera stanca, con la fatica di chi chiede qualcosa da tanto tempo, e non con lo slancio verso il cielo. È un’invocazione che ha già perso la fiducia nella risposta e continua lo stesso. E poi c’è un assolone di chitarra alla Benson e il brano cambia pelle.

L’eterna lotta contro i mulini a vento (Adelante!) prende da Cervantes l’ostinazione di chi combatte battaglie che non si possono vincere. La porta d’avorio richiama un’immagine che va dall’Odissea all’Eneide: nell’oltretomba ci sono due porte, e da quella d’avorio passano i sogni falsi. Presso il mattin/Risvegli, che chiude il disco, rovescia l’immagine con Dante, “ma se presso al mattin del ver si sogna”, perché il sogno fatto all’alba è quello che si avvera.

In mezzo c’è Mare della Tranquillità, l’unico titolo astronomico, il mare lunare dove è sceso l’Apollo 11. Le stelle del titolo restano un orizzonte, e il punto più lontano che il disco tocca davvero è la Luna. Non so quanto Domenico l’abbia voluto, ma è il ritratto più onesto di un esordio: un’ambizione dichiarata e un primo approdo concreto.

Piove, il singolo uscito il 2 ottobre, è il brano più breve e quello più melodico, costruito con la logica di un pezzo pop. Messo al quinto posto, subito prima della chiusura, smette di essere un biglietto da visita e diventa una tregua. 

La mezz’ora finisce e devo tornare nel mondo. Riaccendo il telefono, e la prima cosa che faccio è far ripartire il disco dall’inizio.

SCORE: 7,50

DA ASCOLTARE SUBITO

La mia preghiera stanca – La porta d’avorio – Mare della Tranquillità

DA SKIPPARE SUBITO 

Impossibile skippare qualcosa… fidatevi e ascoltatelo dall’inizio alla fine. Non ve ne pentirete! 

TRACKLIST

  1. La mia preghiera stanca
  2. L’eterna lotta contro i mulini a vento (Adelante!)
  3. La porta d’avorio
  4. Mare della Tranquillità
  5. Piove
  6. Presso il mattin/Risvegli

DISCOGRAFIA

2026 – Ad Astra

VIDEO

WEB & SOCIAL 

@ad_alfieri

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