Con la scomparsa del protagonista, James Van Der Beek, abbiamo raccolto i migliori brani che hanno composto l’ottima soundtrack del teen drama americano, fra Joni Mitchell e James Taylor e fra pop, indie e alternative rock.
La scomparsa di James Van Der Beek a 48 anni, per quanto non inattesa, ha suscitato un’onda alta di commozione sui social in tutto il mondo (anche per aver lasciato 6 figli e una situazione finanziaria complicata a causa dei costi delle cure contro il suo cancro al colon-retto) e ha occupato pagine sui principali quotidiani anche in Italia (ne ha scritto persino Aldo Grasso sul Corriere della Sera). A dimostrazione che è semplicistico inscatolare Dawson’s Creek (di cui Van Der Beek ne era il protagonista, Dawson) come semplice “serie tv per teenager”.
Perché in 6 stagioni, da gennaio 1998 a maggio 2003, si son dipanate tematiche adulte e rilevanti, non scontate negli anni un cui è stato prodotto (la malattia mentale, il razzismo, l’omosessualità – primo bacio gay nella prima serata della tv americana –, il rapporto genitori-figli fra tradimenti, separazioni, arresti, lutti…). I protagonisti erano sì teenager ma avevano tutti personalità ben strutturate, complesse, fin troppo per l’età che avrebbero dovuto rappresentare. La location non era patinata come Beverly Hills ma un paese di provincia americano del sud, Capaside (Massachusetts), analogico e ancora senza la fretta e la smania dei social network. Insomma, non mancava nulla per conquistare i millennials (e non solo) del mondo occidentale, specie i più romantici e malinconici, ancora con un mito americano ben vivo.
Dawson era divisivo – romantico, sognatore e utopista tanto da essere spesso snervante, eternamente afflitto da pensieri ed emozioni nel suo sogno di diventare un grande regista, più maturo dei suoi stessi genitori – e nell’eterno confronto con il suo miglior amico, Pacey – istintivo, irruento, sarcastico e ritenuto dalla famiglia “la pecora nera” – il suo cosiddetto “team” quantitativamente ne usciva sempre sconfitto. Ma l’affetto sincero e spontaneo nato dalla scomparsa dell’attore che lo interpretava (che ha fatto anche altro nella carriera ma sarebbe ipocrita non ammettere che l’iconicità del personaggio non fosse stata pervasiva e quasi fagocitante) ha dimostrato che quel personaggio era in realtà entrato sottopelle in tutti i telespettatori, anche in coloro che pensavano di detestarlo (compreso chi sta scrivendo), in un processo collettivo di riabilitazione istintivo e inarrestabile, scoprendo che era come quell’amico che abbiamo sempre cercato di tenere un po’ a distanza ma la cui assenza poi si percepisce e pesa. Per noi millennials (ma anche Generazione X), Dawson e la sua “cricca” – il già citato Pacey, la ragazza dalla porta accanto pronta a fiorire Joey, la newyorkese affascinante e ribelle Jen, il tormentato e coraggioso Jack, la tanto brillante quanto fragile Andie – hanno rappresentato, in un periodo – l’adolescenza – in cui tutto è amplificato perché siamo spugne in cerca di identità e in completo divenire, un transfer dove riporre non solo i nostri sogni e le nostre convergenze ma soprattutto i nostri dubbi, le nostre paure, le nostre insicurezze.
La morte di Van Der Beek, come il personaggio che interpretava, ci pone a forza di fronte al noi di ieri e al noi di oggi e ci insinua più di una paura sul noi di domani. A obbligarci ad affrontare l’essere adulti, ora che abbiamo compagne, compagni, mariti, mogli, figli, figlie e forse anche già nipoti, ma ancora ricordando – e a tratti rimpiangendo – la nostra adolescenza, con quei dubbi, paure e insicurezze che abbiamo vissuto e solo in parte attraversato. E che dobbiamo mostrare al mondo esterno di aver accantonato, come abbiamo cercato – invano, e oggi ben ce ne rendiamo conto – il personaggio amato-odiato di Dawson.
LA COLONNA SONORA
Con una cura e un’attenzione rare, Dawson’s Creek tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 ha avuto un impatto davvero significativo nel plasmare la cultura musicale televisiva delle serie e non solo, contribuendo a dare notorietà ad artisti magari poco conosciuti nel sottobosco indie pop e rock alternativo, smerciandoli anche in un mercato europeo sempre più curioso e affamato di novità. Caso emblematico, proprio la sigla tv, la celeberrima “I Don’t Want to Wait” di Paula Cole (memizzata da tutti con “Ainouonauei”), scelta dopo 11 ore di discussione nella produzione, talmente iconica da diventare anche oggetto di parodie, come in “Scary Movie” e in “South Park”. Non tutti sanno che è stato un ripiego: inizialmente era stata scelta “Hand in My Pocket” di Alanis Morissette, tratta dal suo terzo album in studio “Jagged Little Pill” (1995) ma lei non ne concesse l’uso (cambierà idea successivamente con “What I Would Be Good”). Un altro caso celebre, “Kiss Me” dei Sixpence None The Richer, che ottenne così la meritata spinta commerciale.
Sono state pubblicate in tutto due volumi di soundtrack di Dawson’s Creek: nel 1999 “Songs from Dawson’s Creek” ha venduto oltre 1 milione e mezzo di copie in tutto il mondo, raggiungendo la vetta della classifica degli album australiani e le prime posizioni anche negli Stati Uniti, in Austria, Norvegia e Svezia; “Songs from Dawson’s Creek – Volume 2” del 2000 ha avuto meno fortuna, raggiungendo la top 20 in Austria e Svizzera, mentre ha raggiunto la n.50 nella Billboard 200 USA.
A decidere il taglio editoriale della sountrack di ogni singolo episodio – sempre attinente al contesto emotivo e scenico della serie – erano fondamentalmente in 3: il produttore esecutivo Paul Stupin, il supervisore musicale John McCullough e il co-produttore Drew Matich, abili nel costruire sequenze dove gli spettatori potessero anche godersi ogni brano sotto e intorno ai dialoghi. Stupin spesso passava ore nella sala di montaggio con il montatore a esaminare le canzoni candidate inviate da McCullough, a volte provando 10 o 15 canzoni per ogni scena. Sequenze che erano un momento attesissimo per i fan dalla lacrima facile, ancora lontani dalle invasioni trap/rap e prima che la melodia aperta e la malinconia diventassero quasi un’onta inconfessabile. Questo il nostro personale podio: la meravigliosa “Both Sides Now” di Joni Mitchell quando Pacey si rende conto di amare davvero Joey mentre la guarda dormire; “Fire and Rain” di James Taylor (solitamente molto parco a concedere i diritti dei propri brani) quando Dawson, solo in macchina, si lascia travolgere finalmente dal dolore per il padre scomparso improvvisamente; “Fields of Gold” nella versione acustica di Eva Cassidy quando Joey pronuncia il suo speech in occasione della consegna dei diplomi.
Nella nostra playlist ad alto tasso amarcord, anche brani come “Kiss the Rain”, “Truly Madly Deeply”, “Crazy for this Girl”, “I’ll Stand By You”, “Save Tonight”, “Daydream Believer”, “Have a Little Faith in Me”, “She’s the One” ed “Angel”. Non potevamo che chiuderla con “Say Goodnight” di Beth Nielsen Chapman, che già ci aveva devastato nell’ultimo episodio, al capezzale di Jen.
“Say Goodnight, not Goodbye”; e quindi “Goodnight Dawson”. “Goodnight” James.
“Goodnight” Dawson’s Creek. Tanto ti dovevamo.
LA PLAYLIST