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NAYT: “io Individuo” è un disco disco di ricerca, un’indagine più che una risposta

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C’è un momento, nella ricerca sonora di nayt, in cui la scrittura smette di inseguire la forma e inizia a interrogare il mondo intorno. “io Individuo, decimo capitolo della sua discografia, si colloca esattamente lì: non come semplice evoluzione lineare, ma come attrito consapevole tra identità e rappresentazione.

A un anno e mezzo da “Lettera Q”, nayt costruisce un disco fatto di tredici tracce che agiscono come un campo di tensione tra individuo e collettività, tra esposizione e sottrazione, tra linguaggio e percezione.

Il rap si ibrida con una postura più prossima al cantautorato e la scrittura resta il centro nervoso, ma si apre a interferenze visive, concettuali, persino filosofiche.

Un disco con non ha la postura del rap e della ricerca della hit. Solo una collaborazione quella con delicata e profonda di “Stupido pensiero” con Elisa: un incontro artistico tra due anime che sfocia in un pezzo emozionante, su un loop di chitarra che ritorna per tutta la durata del brano.

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All’interno dell’album sono compresi anche il brano sanremese “Prima che” (scritto da nayt e prodotto da Zef), nato dall’esigenza di interrogarsi su cosa resta quando si tolgono tutte le strutture sociali, i costumi e le abitudini che spesso si frappongono nei rapporti umani, tornando così a incontrarsi e conoscersi per quelli che si è realmente, e “Un uomo”, uscito lo scorso ottobre, e perfetta sintesi del tema centrale del progetto, con la sua domanda esemplificativa: “com’è che si fa ad essere un uomo?”.

Ecco cosa ha raccontato durante la presentazione del suo disco. 

L’INTERVISTA 

A Sanremo hai portato un pezzo tutt’altro che accomodante. Che esperienza è stata, al di là della classifica?

Sono uscito da Sanremo molto soddisfatto. Per me era importante portare quel tipo di linguaggio su quel palco. Non era scontato che un brano così rap, anche complesso, potesse avere quel tipo di riscontro. È stata un’opportunità sfruttata fino in fondo, senza compromessi.

Nel disco ci sono due interludi parlati molto intensi. Uno è con tua madre, l’altro? E perché inserire queste voci?

Sì, nel primo c’è mia madre. Nel secondo c’è una persona per me fondamentale, una sorta di mentore.

Mi interessa da sempre inserire voci esterne nei miei dischi. È un modo per allargare il campo, per non restare chiuso nel mio punto di vista. In quegli interludi si parla di devozione, di culto dell’idolo, di contraddizioni. Sono temi che riguardano tutti: l’individuo, la società, anche me come artista. Non c’era bisogno di spiegare altro, quelle voci dicono già tutto.

Il titolo io Individuo è quasi un ossimoro. Come nasce?

È emerso scrivendo. Mi sono accorto che la parola “individuo” tornava continuamente. E mi sono reso conto che il nodo era proprio quello: la difficoltà di sentirsi parte di qualcosa senza perdere sé stessi.

Il disco ruota attorno a questa domanda. Come si sta insieme? Come si resta insieme? E provo a rispondere attraversando relazioni diverse: affettive, sociali, professionali. Parlo dell’industria, del pubblico, delle origini, dei rapporti personali. È un’indagine più che una risposta.

Il brano con Elisa è uno dei momenti più sorprendenti del disco. Com’è nata la collaborazione?

Non è nata da me. È stata proposta da lei. Ci siamo trovati in studio una mattina e siamo rimasti lì fino a notte inoltrata, costruendo tutto da zero.

È stata un’esperienza fortissima. Credo che abbia portato qualcosa che mancava al disco. Quando percepisco che una presenza ha senso, allora la voglio davvero nel progetto.
E in questo caso è successo in modo totale. È uno dei brani di cui sono più fiero.

“Punto di incontro” sembra una resa dei conti con il passato, soprattutto nel rapporto con il femminile. È così?

Fa parte di un percorso. Se guardi la tracklist, c’è una sequenza: “Un uomo”, “Origini”, “Punto di incontro”. È un movimento.

Cerco continuamente di rimettere in discussione cosa significhi essere un uomo. E per farlo devo tornare alle radici, capire da dove vengo. “Punto di incontro” sembra rivolto a una donna, ma in realtà parla al femminile in senso più ampio.

Non dà risposte. Non chiude. È un tendere verso qualcosa che forse non si raggiunge mai. Non lavoro sui rimpianti, non mi interessa giudicare quello che è stato. Mi interessa osservare, mettere a fuoco, continuare a cercare.

Se dovessi descrivere le emozioni che hai vissuto durante la scrittura del disco, quali parole useresti?

È difficile rispondere in modo lineare. Questo è un disco di ricerca, quindi le emozioni non sono una cosa sola, definita.

Tutto quello che c’è dentro, tutto quello che arriva a chi ascolta, è esattamente quello che ho provato. Sono frammenti, momenti diversi, messi in musica e in parole.

Preferisco che siano gli altri a definirli. Se lo facessi io, rischierei di chiudere qualcosa che invece deve restare aperto.

Rispetto ai tuoi lavori precedenti, senti di aver trovato qualcosa o sei ancora in ricerca?

Non so se ho trovato qualcosa o se continuo a cercarlo.

Sicuramente rispetto a Raptus è cambiato tutto. Sono passati undici anni, ed è naturale che ci sia stata una crescita, una maturazione. Oggi ho più consapevolezza delle mie risorse, come persona e come artista, e riesco a metterle meglio in musica.

Dal punto di vista tecnico ho sviluppato un linguaggio più preciso, una scrittura più complessa ma anche più leggibile. E credo di avere una visione più chiara del mio gusto, della mia identità musicale.

Ma il punto non è arrivare. Ogni disco, quando finisce, lascia nuove domande. Ed è giusto così. Se smettessero di esserci, probabilmente si fermerebbe anche il resto.

Nel progetto visivo del disco torna molto il tema animale. Che significato ha?

È un percorso che viene anche dal disco precedente. Lì c’erano i fiori, qui ci sono gli animali.

Nei visual ci sono creature diverse, a volte in relazione, a volte isolate. È un modo per ricordarci la nostra natura più elementare.

Cerco di togliere, almeno simbolicamente, le strutture sociali che ci definiscono. Non perché siano sbagliate, ma perché sotto quelle strutture c’è altro.

Mi interessa arrivare lì, sotto la superficie, e provare a vedere cosa resta.

La copertina ha un immaginario molto forte. Come nasce?

È il risultato di una lunga ricerca con un artista, Ozy. A un certo punto abbiamo trovato uno scatto di Hannes Wallrafen che ci ha colpiti in modo immediato.

Abbiamo deciso di riprenderlo e reinterpretarlo, lasciando però spazio a una lettura libera.

Per me il simbolo centrale è il cavallo bianco che irrompe in uno spazio artificiale. È un’immagine potente: qualcosa di vivo che rompe una costruzione.

Era importante realizzarla in modo analogico, umano. Niente artifici digitali. Anche i quadri sono reali, esposti fisicamente. Volevo che si percepisse questa concretezza.

Qui ci sono delle tue foto che accompagnano il disco. Inoltre, l’allestimento immersivo presentato a Sanremo, tra specchi e parole, sembra ampliare il tuo linguaggio. Quanto è importante per te intrecciare estetiche diverse e mantenere centrale la parola? Che rapporto hai con la fotografia? 

Sono riflessioni che sento molto.

Cerco sempre di costruire un’esperienza immersiva, qualcosa che coinvolga tutti i sensi. Gli specchi, per esempio, sono un simbolo forte: rappresentano la frammentazione della realtà in cui viviamo oggi.

C’è una ripetizione continua dell’immagine, una sorta di duplicazione dell’identico. È un meccanismo che ritroviamo anche negli algoritmi, che tendono a mostrarci solo ciò che ci somiglia, che conferma quello che siamo già. Questo ci allontana dall’altro, dal confronto, dalla possibilità di un dialogo reale.

La fotografia si inserisce dentro questo discorso. Negli ultimi anni ho iniziato a scattare in analogico, ho cominciato in Giappone e poi ho continuato altrove. È diventata una forma di espressione parallela alla musica.

Nel progetto del disco abbiamo scelto di non mettere me in copertina, né un simbolo esplicito dell’individuo. L’idea era che l’individuo diventasse chi guarda, chi ascolta. Ancora una volta, spostare il centro dall’artista all’altro.

Inserire le fotografie nel disco nasce da qui: rappresentare il mio sguardo, ma lasciarlo aperto, disponibile a chi lo attraversa.

Ti senti parte di una generazione di passaggio?

Sì, credo di sì. Ho 31 anni e sento che la mia generazione può fare da ponte.

Da una parte ci sono i più giovani, che nascono già dentro la tecnologia. Dall’altra chi ci è arrivato dopo, con un altro tipo di formazione.

Noi siamo in mezzo. Abbiamo conosciuto entrambi i linguaggi.

Io ricordo ancora un modo diverso di ascoltare la musica: i CD, il tempo necessario per arrivare a una traccia, l’attesa. Era un’esperienza più lenta, più stratificata.

Oggi tutto è immediato. E questo vale per la musica ma anche per il resto.

Abbiamo quindi una possibilità, ma anche una confusione. È difficile capire chi si è davvero, quando sei tirato da entrambe le parti.

E forse questo conflitto, in fondo, è lo stesso che attraversa tutto il disco.

LA COVER 

La cover dell’album è un quadro acrilico su tela 120x120cm dipinto a mano dall’artista Ozy e ispirato dalla fotografia “De Schimmel” (1992), scattata dall’iconico fotografo tedesco Hannes Wallrafen.   

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LA TRACKLIST 

1.     Scrivendo
2.     Esistere (più di me)
3.     L’astronauta
4.     Ci nasci, ci muori
5.     Un uomo
6.     Origini – Interludio
7.     Punto d’incontro
8.     Forte
9.     Stupido pensiero feat. Elisa
10.  Prima che
11.  Addio xx
12.  Essere noi
13.  Contraddizioni – Interludio

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INSTORE 

Venerdì 20 marzo ore 17.30 presso L’Archivolto (via Marsala, 3) – MILANO
Sabato 21 marzo ore 11.30 presso Feltrinelli Stazione Centrale (Piazza Giuseppe Garibaldi) – NAPOLI
Sabato 21 marzo ore 17.30 presso Discoteca Laziale (via Mamiani, 62/A) – ROMA
Domenica 22 marzo ore 11.30 presso Semm Music Store & More (Via Guglielmo Oberdan, 24F) – BOLOGNA
Lunedì 23 marzo ore 16.30 presso Galleria Del Disco (c/o Le Murate Caffè Letterario, Piazza delle Murate) – FIRENZE
Martedì 24 marzo ore 17.00 presso Feltrinelli (via Roma, 11) – CAGLIARI
Mercoledì 25 marzo ore 17.30 presso Mondadori Bookstore (Piazza Castello, 117) – TORINO
Giovedì 26 marzo ore 17.30 presso Feltrinelli (via Cavour, 16) – PALERMO
Venerdì 27 marzo ore 17.00 presso Mondadori Bookstore (via Gabriele D’Annunzio, 115) – CATANIA
Sabato 28 marzo ore 16.30 presso Centro Musica (Corso Vittorio Emanuele II, 165/C) – BARI

IL TOUR

Dopo l’esperienza sanremese, per Nayt si apre, nella seconda metà dell’anno, un periodo interamente dedicato al live e con il “Noi Individui Tour” porterà il suo ultimo lavoro in giro per l’Italia.

3 novembre 2026 | Bari, Palaflorio
5 novembre 2026 | Padova, Kioene Arena
7 novembre 2026 | Milano, Unipol Forum
9 novembre 2026 | Roma, Palazzo dello Sport
11 novembre 2026 | Napoli, Palapartenope

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@nayt

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