Dopo tre anni di silenzio discografico, Tutti Fenomeni torna con “Lunedì”, un album che segna una discontinuità netta ma non pacificata nel suo percorso.
Giorgio Quarzo Guarascio – romano, classe 1994 – riemerge da una zona di sospensione che non è stata inattività ma decantazione: due dischi (Merce Funebre e Privilegio Raro) diventati rapidamente cult sotterranei dell’indie italiano e un’incursione cinematografica tutt’altro che ornamentale nel film Enea di Pietro Castellitto hanno contribuito a ridefinire i contorni di una figura artistica da sempre refrattaria alle etichette e allergica alla comfort zone.
Anticipato dai singoli Piazzale degli Eroi, La ragazza di Vittorio e Vanagloria, “Lunedì” è prodotto, suonato e registrato da Giorgio Poi: un incontro che non smussa l’attrito ma lo trasforma in struttura. Il suono si fa più chiaro, arioso, talvolta orchestrale, più vicino alla forma-canzone senza mai abiurare le radici rap e verbali dell’esordio. È una musica che rinuncia all’urgenza dimostrativa per guadagnare tempo, respiro, disciplina.
Dieci tracce in cui la scrittura di Tutti Fenomeni continua a muoversi per cortocircuiti: citazioni alte e basse, scarti semantici, nomi propri usati come simboli instabili di un presente schizofrenico (Mozart e Berlusconi, Nico e Elon Musk, Mao e D’Annunzio). Ma qualcosa cambia. Per la prima volta l’ironia non è più soltanto difesa o maschera: si apre una fenditura emotiva. La morte resta un tema centrale, ma viene attraversata, alleggerita, quasi rovesciata. Accanto a essa emergono l’amore, la nostalgia, la malinconia di un’età che smette di essere promessa e diventa responsabilità.
“Lunedì” è un disco che non proclama una maturità: la mette alla prova. Non è una rinascita trionfale, ma una ripartenza cauta, imperfetta, quotidiana. Come rifare il letto al mattino sapendo che non cambierà il mondo, ma forse il modo di starci dentro. È da qui che riparte Tutti Fenomeni. Dal giorno più odiato della settimana. Dal primo passo dopo la fine.
L’INTERVISTA
Perché “Lunedì?” Cosa rappresenta davvero questo titolo?
Lunedì è una parola che contiene già una contraddizione. È il giorno dei buoni propositi e insieme il giorno in cui mentiamo a noi stessi. “Da lunedì cambio”, “da lunedì faccio”, “da lunedì divento”.
È l’illusione del cambiamento, ma anche la sua messa in scena.
Lunedì è routine, e la routine, crescendo, smette di essere una prigione e diventa una forma di salvezza. Una dittatura che, se accettata, può persino appagare.
È il primo giorno della creazione: Dio disse “sia la luce” ed era lunedì.
È resurrezione, resistenza, inizio. Ma è anche la consapevolezza che spesso non cambia nulla.
Questo disco nasce dentro questa ambiguità: partire con buone intenzioni sapendo che potrei smentirmi subito.
Ascoltando questo disco sembra che tu ti prenda più sul serio. È davvero così?
Sì, almeno nella musica. Ho difeso a lungo il diritto di essere dissacrante, autodistruttivo, ironico fino al sabotaggio. Era una forma di autonomia che però non poteva durare all’infinito. A un certo punto lo scherzo finisce. Entra in gioco l’anagrafe, ma non come feticcio dell’età: come necessità di responsabilità.
In Lunedì c’è più io e tu. Prima puntavo il dito contro un mondo astratto, ora c’è una dialettica più intima. C’è una storia che inizia, c’è un mostrarsi. La copertina è casa mia, le foto sono quasi tutte scattate lì, c’è la mia faccia. Ho tolto strati di protezione. È un disco che rispetta di più la musica, anche perché non puoi restare per sempre “la giovane promessa”.
Nel disco sembra emergere una tensione tra solitudine e bisogno dell’altro.
Ho capito che il solipsismo non mi basta più. Preferisco andare al patibolo con qualcun altro piuttosto che da solo.
La ricerca dell’altro è diventata una necessità concreta, non più un’idea. Anche per questo ho voluto fare incontri dal vivo, presentazioni fisiche, vedere le persone.
I luoghi non sono più spazi simbolici: sono gli incontri, i rapporti speciali che riesci a costruire.
L’amore non è mai completamente fuori dallo spettacolo, ma esistono ancora momenti non spettacolarizzati, e sono quelli in cui accade qualcosa di vero.
Parli spesso di consapevolezza, di invecchiare, di routine. C’è stato un momento di svolta?
Non un evento preciso. Ma una paura molto netta: perdere la memoria. Non mi interessa proteggere l’identità, capire chi sono. Mi interessa proteggere i ricordi.
L’idea di diventare vecchio senza memoria mi terrorizza.
Prima cercavo esperienze che mi facessero evadere dal presente. Ora sento il bisogno opposto: tutelare il passato.
È un cambio radicale che entra anche nella musica.
Il tuo rapporto con il “giovanilismo” e con il presente digitale qual è?
Mi sono sempre nutrito di cose inattuali, che forse mi hanno fatto sembrare più vecchio.
Ma io mi sento in fase con la mia età.
Non rincorro il giovanilismo, non mi interessa.
Mi è capitato recentemente di confrontarmi con persone dieci anni più giovani e lì ho avvertito una distanza reale.
Non come conflitto, ma come dato.
Il disco è attraversato da una critica alla spettacolarizzazione di tutto, anche dell’amore.
Sì, ma non in modo ideologico. I luoghi dell’amore non sono spazi “puri”: sono relazioni.
Rapporti che resistono. Il calcio, per esempio, è un universo simbolico enorme: spettacolo, rito, appartenenza, ideologia.
Non credo più nei luoghi incontaminati. Credo negli incontri.
Quali sono le tue vere fonti culturali oggi?
Le fonti si sono esaurite. Per anni ho saccheggiato autori negativi, suicidi, sovversivi, cinema disturbante.
Ora vado a memoria. Ed è un problema: devo tornare a leggere, ascoltare, guardare.
Se devo citare dischi: La voce del padrone di Battiato, Cavalleria rusticana di Mascagni, Disordini dei Cani, il primo mixtape di Achille Lauro (Barabba), la Dark Polo Gang.
Non per affinità estetica, ma perché mi hanno formato in modi diversi.
Il linguaggio cinematografico attraversa tutto il disco. È una scelta consapevole?
Io colleziono frasi. Sempre fatto. Molte di queste starebbero meglio in un film che in una canzone.
L’esperienza nel cinema non mi ha cambiato come autore, ma mi ha confermato una cosa: è sempre meglio fare una canzone che un film.
Il cinema è mediazione continua, soldi, compromessi.
La musica resta il luogo più libero per quello che faccio.
In questo disco l’amore sembra diventare una risposta alla morte.
Prima parlare di morte era un modo per parlare d’amore senza espormi. Ora è il contrario: parlare d’amore è una pubblicità contro la morte.
Parlo ancora di fine, di chiusure, di esaurimento. Ma l’amore è diventato il linguaggio principale. È un’illusione di speranza, forse, ma necessaria.
Com’è stato lavorare con Giorgio Poi rispetto ai dischi precedenti?
Con Giorgio il lavoro è stato sulla forma, sulle melodie, sulle tonalità, sul diventare cantante. È una metafora dell’età adulta.
Prima ero il bambino che la sparava grossa. Qui: mento alto, rifai il letto, rispetta la forma canzone.
È stato faticoso ma liberatorio. Una volta trovata la coerenza musicale, i testi sono venuti più facilmente. È un disco fatto con tempo, respiro, fiducia.
TOUR
Tutti Fenomeni ha annunciato anche due appuntamenti live: il 9 aprile all’Atlantico nella sua Roma e il 22 maggio al Mi Ami Festival a Milano.