Con “Blooom”, il loro nuovo album, i Planet Funk aprono una nuova stagione del loro percorso, una fase che non ha il sapore della celebrazione ma quello, più raro, necessario e intimo, della rifondazione.
Dopo lutti profondi e trasformazioni interne, il collettivo sceglie di non irrigidirsi nella propria mitologia, ma di rilanciare: una fioritura consapevole, maturata nel tempo, che guarda avanti senza rimuovere ciò che è stato. Alex Neri, Marco Baroni, Dan Black e Alex Uhlmann attraversano oggi questo passaggio con un’energia rinnovata, mantenendo intatto lo sguardo internazionale che da sempre li distingue e riaffermando l’idea di gruppo come organismo vivo, in costante mutazione.
In questa intervista Alex Neri racconta “Blooom” come gesto di continuità e rottura insieme: un disco che nasce dal tempo lungo, dalla resistenza alle logiche di consumo rapido, dalla volontà di restituire alla musica una densità emotiva e umana.
Una conversazione lucida tra “boomer”, senza indulgenze nostalgiche, che mette a fuoco cosa significa oggi fare elettronica, restare fedeli a un’idea di arte e, soprattutto, continuare a fiorire.
L’INTERVISTA
Il titolo “BLOOOM” evoca un’esplosione vitale, una fioritura improvvisa. Quanto è stato importante nominare il disco come atto di rinascita dopo un anno segnato da assenze così decisive?
Sì, è un titolo importante. “Bloom” significa fioritura, rifioritura. In questi anni, nelle nostre vite e nel gruppo, è successo di tutto.
Ogni lutto che abbiamo affrontato ha portato, volenti o nolenti, a una rinascita. Secondo me la rinascita arriva sempre dopo il lutto.
Il titolo nasce proprio da questo: da tante ripartenze, non ultima quella dei Planet Funk. Non parlerei di fenice che rinasce dalle ceneri, perché il gruppo non è mai morto, il DNA è sempre rimasto. Però abbiamo dovuto attraversare molto, soprattutto a livello umano.
La scomparsa di Sergio Della Monica prima e di Gigi Canu poi ha inevitabilmente inciso.
Certo. Nel corso degli anni abbiamo scritto musica, riscritta, remixata, riadattata. Il suono di oggi è il risultato di tutto questo percorso. Blooom ci sembrava il nome giusto per dire: ripartiamo. E accentuando le “O”, quasi come un sospiro di sollievo. Finalmente.
Parlavi di un suono aggiornato. Quanto è stato necessario farlo oggi?
Necessario per forza. La musica e la tecnologia oggi galoppano. A noi è sempre piaciuto lavorare sul suono in modo maniacale. Siamo sempre stati molto internazionali, e quando entri in quel mercato devi essere competitivo. Forse siamo stati anche ambiziosi, ma è il nostro stile.
Il suono Planet Funk nasce proprio da una mescolanza precisa.
Sì, già dal primo disco: anni Ottanta, indie, new wave e dance. Quella matrice resta, ma va riletta. Oggi non siamo più quelli di allora. Abbiamo perso Gigi, Dan Black è tornato a tempo pieno, c’è una nuova cantante. Cambiano le dinamiche, le visioni.
E poi ci sono brani iniziati quando c’erano ancora Sergio e Gigi. Alcuni risalgono a quasi dieci anni fa. Ma se una canzone è buona, puoi cambiarle il vestito, ma resta buona.
Avete attraversato e in parte scritto la storia dell’elettronica italiana. Cosa vedi di radicalmente diverso oggi?
Che oggi non si dice più “vado a sentire”, ma “vado a vedere”. È un cambiamento epocale. Lo vivo ogni weekend da DJ. Mi chiedo sempre: cosa c’è da vedere quando vai a vedere un DJ set?
È il segno dei social, che per me sono la nuova televisione. La musica non si ascolta più solo con le orecchie, si guarda. Le immagini sono centrali.
Però i Planet Funk hanno sempre lavorato molto anche sull’immaginario.
Esatto. Video, estetica. Non siamo mai stati una band di facce, ma di suoni e nomi. Dan Black lo riconosci, ma non è mai stata una pop star canonica. Questa cosa oggi non la soffro.
Mi manca però il coinvolgimento fisico del pubblico, meno telefoni, più presenza. Ma qui parla il “boomer” di 55 anni. È difficile giudicare.
Anche la tecnologia ha cambiato tutto. Penso all’intelligenza artificiale.
Io non sono contrario all’AI. Il progresso va bene finché resta al servizio dell’uomo. Diventa pericoloso quando è il contrario.
Io vengo dall’analogico puro: campionatori che registravano un secondo. Oggi parlo con ragazzi che mi dicono “questo suono l’ho fatto io”. Poi scopro che l’hanno preso da Splice. È un altro mondo.
Il cambiamento dagli anni Novanta a oggi è stato talmente veloce che quasi non te ne accorgi. Ma il progresso è eccitante, se lo governi.
Oggi le classifiche sono dominate dalla musica italiana. È un bene? E soprattutto non è penalizzante per voi?
È un cambiamento enorme. Negli anni Novanta la musica italiana quasi non esisteva. Oggi sì, e questo è positivo. Le nuove generazioni sono meno esterofile di noi.
Per i Planet Funk, che cantano in inglese, può essere uno svantaggio. Ma noi cerchiamo di parlare ai giovani con un linguaggio diretto, come in Feel Everything.
I nostri messaggi sono universali, senza età.
Cantare in italiano sarebbe più facile oggi?
Probabilmente sì. Ma non è il nostro percorso. Piuttosto dico ai ragazzi: allargate il range, ascoltate anche musica internazionale. La trap è un fenomeno mondiale, non solo italiano.
Ci sono realtà, penso a Napoli e alle periferie, dove quel rap è vero, nasce da un’urgenza reale. E quando l’arte è onesta, arriva sempre.
Sei molto critico verso la musica “a tavolino”?
La detesto. Canzoni pensate per durare due minuti, uno e quaranta per Spotify. È tutto sempre più uno spot.
Io non sacrifico una canzone. Non puoi chiedere ai Pink Floyd di tagliare gli assoli. Così rischi di ammazzare l’arte. Capisco i tempi moderni, ma io ho dei limiti non valicabili.
Partirà anche un tour?
Sì, un tour europeo: Londra, Berlino, Amsterdam, Bruxelles, due date in Spagna. Abbiamo voglia di rimetterci in gioco, di vedere le reazioni fuori dall’Italia, soprattutto sui testi.
In Inghilterra capiscono ogni parola, e le reazioni sono diverse. È stimolante per una band che canta in inglese.
Cosa porterete sul palco?
I cavalli di battaglia, ovviamente: The Switch, Inside All The People, Who Said e naturalmente Chase The Sun. Ma anche tutto il nuovo album.
Stiamo lavorando per uno show lungo è bellissimo vedere i ragazzi saltare sotto il palco con brani che hanno superato le generazioni.
LA TRACKLIST

1. FEEL EVERYTHING
2. THE WORLD’S END
3. NIGHTS IN WHITE SATIN
4. ANY GIVEN DAY
5. THERE’S A STRANGER
6. TWO LOST SOULS
7. I GET A RUSH
8. ROLLING DICE
9. YOU ARE NOT ALONE
10. LEAP INTO THE LIGHT
11. NOWHERE NOWHERE
12. FAMILY REUNION
IL TOUR
I PLANET FUNK torneranno live a maggio 2026 con il “BLOOOM European Tour”, una serie di appuntamenti che attraverseranno le principali città europee, un passaggio d’obbligo per il collettivo per presentare dal vivo il nuovo album di inediti e incontrare il pubblico.
Questo il calendario completo:
06 Maggio MADRID (Moby Dick)
11 Maggio AMSTERDAM (Melkweg)
12 Maggio LONDRA (Scala)
13 Maggio BARCELLONA (La Nau)
19 Maggio BRUSSELS (VK)
20 Maggio BERLINO (Club Gretchen)