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MINA “Dilettevoli inedite eccedenze”: un erbario musicale di epoche diverse
Intervista – PIER C: Nella stabilità non sono a mio agio. Sul filo mi sento vivo

Intervista – PIER C: Nella stabilità non sono a mio agio. Sul filo mi sento vivo

Pier C torna con Sul filo, il primo brano scritto da lui dopo X Factor: un pezzo disco sull’instabilità come condizione vitale. Nell’intervista parla del rapporto con Francesco Gabbani e annuncia un album più intimo.
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Dopo otto mesi lontano dal pubblico Pier C torna con Sul filo, il primo brano scritto interamente da lui dopo X Factor.

È una canzone che guarda alla disco di fine anni Settanta e la riporta in italiano: strofa minimale, ritornello che esplode, un tema tutt’altro che leggero cantato con la leggerezza di un uptempo.

Dietro c’è una zia cantante che lo ha svezzato a pane e Gloria Gaynor, una vita professionale lontana dalla musica e un rapporto con Francesco Gabbani, suo coach nel talent, che nel frattempo è diventato confidenza, critica schietta e amicizia. Gabbani è salito a sorpresa sul palco della Santeria di Milano per cantare con lui.

Con Pier C abbiamo parlato dell’equilibrio precario come unica condizione possibile, di rimpianti, di scelte e di un album che sta prendendo forma.

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Facciamo come all’esame: domanda a piacere. Cosa vuoi raccontarmi di Sul filo, primo tassello di questo nuovo progetto? Cosa ci mettiamo, sul filo?

Sono contento che siamo usciti con questa canzone. Ce ne sono altre pronte, però questa descrive bene una condizione esistenziale che ho sempre vissuto e che si è intensificata dopo X Factor, da quando ho avuto il privilegio di trasformare la passione in lavoro.

È la condizione di chi è costantemente sospeso, in bilico, su un filo appunto.

D’altra parte per me non c’è alternativa. Per come sono fatto, per il mio carattere, non sono del tutto a mio agio nelle condizioni di estrema stabilità.
Stare sul filo mi costa fatica, psicologica e fisica, perché sei sempre con l’acqua alla gola e non sei mai tranquillo.

Però è l’unico modo per sentirmi davvero vivo, e come dico alla fine del pezzo, sul filo non sono mai stato così bene.

Musicalmente il brano è solare, giocoso, anche un po’ pazzo. Ascoltandolo sembra proprio che sul filo tu stia bene, tranquillo, in equilibrio.

Esatto, in equilibrio. Potrei precipitare, ma sopravvivo. Fa parte di quella tradizione della disco di fine anni Settanta e inizio Ottanta che non parlava solo di andare a ballare il sabato sera, ma affrontava condizioni esistenziali, cose tutt’altro che leggere, e lo faceva con la leggerezza di un uptempo. Mi vengono in mente tantissimi esempi, brani che conosco molto bene perché mia zia, una delle mie mentori, da piccolo mi faceva cantare. Aveva diverse band e cantava proprio quel genere. Ce l’ho dentro da sempre, sono stato svezzato a pane e Gloria Gaynor: è il mio guilty pleasure. In questo brano sono stato contento di riuscire a portarlo in italiano e in una chiave rivisitata, perché la strofa e la prima parte del ritornello sono molto minimali, contemporanee, e poi arriva l’esplosione della seconda parte. È un inno alla leggerezza, anche quando gli argomenti non sono tutto rose e fiori.

Ti dico il mio gusto personale: questo brano mi è arrivato molto più dell’inedito che avevi portato a X Factor. Quando l’ho sentito ho pensato che avresti dovuto portare questo.

Sono contento. L’altro l’avevano scritto degli autori, io ci avevo fatto delle modifiche musicali. Questo invece l’ho scritto proprio io, quindi mi fa piacere che tu l’abbia notato. In questi otto mesi ho lavorato tantissimo, e non solo su Sul filo: ci sono altri brani, alcuni in finalizzazione, altri già finiti. È sicuramente più personale. L’altro giorno ascoltavo un po’ di cose in giro e mi rendevo conto che Sul filo è un po’ pazzo, quindi si distingue, nel bene e nel male.

Al concerto che hai fatto a Milano è salito sul palco Gabbani. Esiste ancora un rapporto tra coach e concorrente o siete diventati amici e colleghi?

Mi ha fatto una sorpresa incredibile, è venuto a trovarmi alla Santeria di Milano. Sai, ho confidenza, però è comunque Gabbani, e quasi mi vergognavo a chiederglielo: senti, non è che vuoi venire a fare il pezzo?

Era quello che avevamo fatto anche durante la leg primaverile del suo tour nei palazzetti, quando mi ha invitato ad aprire i suoi concerti, ed è stato un onore grandissimo.
Mi ha risposto «ma supervolentieri». Avere il suo supporto in un momento delicato come questo è bellissimo.

Resta quell’aspetto da mentore, da tutor, da coach. È un luogo sicuro: gli mando le cose e lui mi risponde sempre nel merito, è molto disponibile. Sono contento che mi risponda in maniera schietta, che secondo me è un sintomo di stima reciproca.

Se mi dice «guarda che qui puoi migliorare così», non ha paura di darmi un feedback anche quando porta a cambiare delle cose, e io sono sempre pronto e onorato di riceverlo.
Poi c’è l’aspetto conviviale. Ci siamo visti durante il tour e in altre occasioni, questa primavera ho passato qualche giorno a casa sua, nel suo studio, a fare prove, a cantare insieme, a parlare della vita. Quindi è anche un rapporto di amicizia.

È ripartito X Factor. Se riavvolgessimo il nastro all’anno scorso, a bocce ferme, c’è qualcosa che cambieresti di te durante il percorso? O rifaresti tutto allo stesso modo?

Non credo ai rimpianti, agli «avrei fatto». Se hai fatto qualcosa c’era un motivo. Sono anche molto prudente, molto razionale, rifletto tanto sulle cose, quindi direi che non ho nessun rimpianto.

Una mentalità da finanza.

Forse un po’ sì, esce l’aspetto contabile. E forse mi aiuta, perché nel bene e nel male il mondo in cui sono entrato, il lavoro che ho il privilegio di fare, è fatto di scelte.

Ogni mattina mi sveglio e devo prendere decisioni che incidono, e ci metto la faccia. Non c’è nessun aziendalismo per cui puoi dire «l’ha fatto un altro»: sono io che devo scegliere per me stesso. Per uno come me, che per natura sarebbe un ignavo, è molto difficile, ma mi sta aiutando a maturare come persona.

A un certo punto ti accorgi che devi anche buttarti. Sto rivalutando moltissimo l’importanza dell’intuito, del sentire di pancia, in un lavoro che ha a che fare con una materia intangibile come la musica. Bisogna fidarsi. Non avere troppi rimpianti mi aiuta sia a dare un senso alle cose fatte sia a spronarmi per il futuro.

In questo ipotetico business plan del tuo progetto musicale adesso c’è il singolo, ci sono i live. Un album è in previsione?

Sì. L’idea è far uscire altri singoli e poi raccogliere questi brani insieme ad altri che sto scrivendo e che mi accorgo essere molto intimi, molto introspettivi, quelli che magari una discografica non sceglierebbe come singolone. Ne sto facendo uno adesso, molto intimo, che porto nei live ma non ho ancora pubblicato. Per un mese mi sono dedicato alla preparazione dei concerti, perché sono un perfezionista e ci tengo a fare le cose benissimo. Mi sono ricaricato con l’ondata di amore e di energia del pubblico, che mi aspettava da otto lunghi mesi, e adesso sono pronto a tornare in studio, a chiudere quello che c’è da chiudere e a scrivere cose nuove.

Per me la cosa più importante è lasciare un segno con la musica. Ho lottato per fare questo lavoro. Mi sono buttato e ho rischiato, perché andare in televisione senza paracadute è rischioso. Il mio personaggio, che poi non è un personaggio perché sono davvero io, è un po’ pazzo, quindi c’è sempre il rischio di farsi male.

È andata bene, i pianeti mi hanno assistito.

Diciamo che hai raggiunto il tuo break even point?

Esatto! Fare questo lavoro è stato talmente agognato che per me è sacro. La musica, il fare musica, è sacra. Se bisogna scendere a compromessi, di sicuro non li faccio sulla musica che scelgo di cantare.

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 8 ottobre | ROMA @Largo Venue 

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