Intervista – LIVIO MAGNINI: per un ascolto consapevole bisogna, semplicemente, dedicarsi all’ascolto

Intervista – LIVIO MAGNINI: per un ascolto consapevole bisogna, semplicemente, dedicarsi all’ascolto

“Ascolto consapevole” è il titolo della masterclass organizzata da SAE Institute che ha ospitato lo storico chitarrista dei Bluvertigo Livio Magnini. 

Produttore, sound engineer, autore, editore, musicista e chitarrista dei Bluvertigo, Livio Magnini è tra i più poliedrici esperti in campo musicale del panorama italiano.
Magnini, nelle scorse settimane, ha tenuto la masterclass dedicata all’ascolto consapevole che ha indagato due macro temi: la psicologia della e nella musica e il recupero della capacità di ascolto emotivo.

L’abbiamo intervistato. 

  • Hai affermato che la musica è in grado di “Generare ed ordinare stati d’animo”. In che modo può farlo?

Non ho affermato io che la musica sia in grado di generare stati d’animo, lo dicono svariati studi scientifici e fisici.

Il fatto che dietro ogni tonalità musicale ci sia “un colore” è stato verificato e dimostrato a partire da Gregorio Magno, colui che ha razionalizzato il sistema di scrittura musicale che noi utilizziamo, fino a Jung e alla psicoanalisi, che descrive le tonalità come dei portali che servono per generare e per provare stati d’animo.

Un esempio concreto? Pensiamo alle musiche che ci mettono in ansia e alle musiche che ci fanno sentire tranquilli.
Sono soggettive, non c’è un pezzo che fa star tranquilli tutti o che agita tutti. Il fatto che ci siano addirittura musiche che per alcuni sono spaventose e che per altri sono rilassanti passa semplicemente dalla propria esperienza di vita personale, in generale traumi piuttosto che momenti passati in cui, per esempio, c’erano determinati generi musicali di accompagnamento.

  • Come ti sei avvicinato a questo approccio più scientifico legato alla musica? Come e in che modo affronti questo tipo di ricerca e la affianchi alle altre attività che porti avanti?

In realtà ho sempre avuto quest’approccio un po’ per tutto, generato dall’essere curioso e voler sempre unire i puntini, dal cercare di capire se ci sono delle matrici comuni dalle esperienze fatte nello sport, nella musica, nel gioco. Capire se ci sono delle concordanze e soprattutto concepire un’idea in cui non ci sono da una parte il sacro e dall’altra il profano, non ci sono da una parte il razionale e dall’altra parte lo spirituale: alla fine, secondo me, sono tutte descrizioni della stessa esperienza che però partono da approcci diversi.

Se la codifica dell’universo e di Dio per alcuni scienziati sta nel Big Bang, nella creazione, nella scissione dell’atomo, nella relatività, in quello che dovrebbe essere la protomateria, l’antimateria, fino al bosone di Higgs, mi interessa unire i puntini.  Nella fisica, acustica in particolare, che mi è sempre stata cara (all’ università ho studiato Chimica e Tecnologia Farmaceutica, anche se non l’ho portata a termine), l’esempio classico sono gli ultrasuoni: tutti sanno che sono una terapia medica ma pochi sanno che cosa fa esattamente questa terapia. Attraverso la loro alta frequenza eccitano le particelle in modo da stimolare e creare una sorta di massaggio cellulare. Questo aiuta l’assorbimento di sostanze curative come creme, farmaci o prodotti specifici per patologie, di solito di articolazioni o muscolari, infatti si fanno in acqua. Questo è l’esempio più lampante. Per quanto riguarda le frequenza basali, ossia le basse frequenze, lo vediamo meno, lo avvertiamo meno fisicamente perchè la parte non si scalda ma agiscono molto più in profondità sugli stati mentali, quindi sulle famose onde alfa, beta, theta e delta.

Penso che tutto faccia parte dell’esperienza “Vita”: leggo molto, soprattutto libri che riguardano il senso della musica, il suo funzionamento, la sua scienza e la sua parte emotiva e cerco di mettere tutto in atto anche con le produzioni. Cerco di capire quali sono le tonalità che sono in grado di generare un certo stato d’animo e lavorare con l’arrangiamento in modo da andare verso questa direzione. Poi ovviamente se sto facendo un pezzo pop, urban, industrial o rock non è che penso al valore terapeutico fisico che possono avere. Penso alla risultanza emotiva che possono generare.

  • Nel corso della masterclass in SAE Institute si sono svolte sessione di ascolto guidato. In cosa si differenzia da un ascolto normale?

Non è che si differenzia per una particolare posologia o metodologia. Semplicemente è come osservare un dipinto o come, per esempio, guardare una sfilata di moda: non c’è un modo.

C’è un modo di essere presenti, per esempio, nell’ora e adesso. Noi siamo abituati a vivere la musica come colonna sonora di quello che stiamo facendo: guarda al supermercato, dove ci costringono ad ascoltare la musica mentre facciamo la spesa o guarda l’ascensore, dove la musica dovrebbe stemperare l’imbarazzo generato dal chiudere due persone in un ambiente molto piccolo senza che queste si conoscano. In qualche modo l’ascolto consapevole è un ascolto in cui al posto che fare qualcos’altro noi ci concentriamo attentamente su quello che stiamo facendo, cioè ascoltare un brano musicale. Dopo averlo ascoltato, si fanno delle considerazioni e io cerco di mettere in evidenza degli aspetti di quello che abbiamo ascoltato per generare delle sensazioni. Spesso queste considerazioni sono molto diverse da persona a persona, quindi ascoltando lo stesso brano è possibile che qualcuno dica “ho visualizzato un uomo che affoga” e che la persona che gli sta di fianco dica “ho visualizzato un’oasi di benessere in mezzo al deserto”. Attraverso le risposte e le suggestioni degli ascoltatori, si arriva a capire per quale motivo lo stesso brano musicale genera in una persona una sensazione negativa e in un’altra una sensazione positiva. Solitamente, quello che ci sta dietro è un’esperienza personale, non per forza un trauma: può essere anche un’esperienza positiva che è stata immagazzinata sia dal lato emotivo sia dal cervello, e ogni volta che noi sentiamo qualcosa che si avvicina a quei toni e che ci fa rivivere una sensazione simile proviamo la sensazione primordiale che ha generato questo tipo di ascolto. Questo, sostanzialmente, è il concetto di partenza di un ascolto consapevole.

  • La musica può quindi essere considerata, in quest’ottica, un vero e proprio strumento curativo? Ci sono esempi in cui è stata utilizzata – con successo – per scopi terapeutici?

Premetto che io non sono un operatore di musicoterapia. La musicoterapia è una cosa precisa della medicina e abbastanza distante da quello di cui tratto io nel mio laboratorio di ascolto consapevole. La musicoterapia passa a volte per filastrocche o musiche molto leggere che servono a portare il paziente in uno stato di rilassatezza o di distrazione. Quando si parla del valore terapeutico della musica, in realtà, si commette un errore: il valore terapeutico è del suono, della vibrazione. Ovviamente attraverso la vibrazione e il suono si parla anche di musica: la musica è vibrazione, la musica è suono.

Ci sono svariate persone che hanno tratto beneficio da terapie molto semplici, come gli ultrasuoni, e ci sono molte persone che hanno tratto molti benefici dagli ascolti di subfrequenze basali. Nella fattispecie c’è uno studio condotto da Muzio che è un professore di Medicina nonché tastierista e chitarrista dei Decibel, gruppo di Enrico Ruggeri, che ha fatto una conferenza all’Ospedale di Niguarda riguardante questo effetto benefico delle subfrequenze per stati di concentrazione, rilassatezza e ansia. Ogni frequenza, da 10 Hz fino a 48, corrisponde a un certo tipo di stimolazione di produzione di questo tipo di onde.

Nel mio caso specifico, la terapia di cui parlo io ha a che vedere con il rientrare a contatto con alcuni lati della propria personalità che si sono sedati o che abbiamo nascosto o perché non ci piacciono o perché ci danno fastidio, e arrivare poi a ritoccare e a riprovare, attraverso l’esperienza, questi stati d’animo per elaborarli. Quindi la musica serve come attivante per tornare a quel momento.

  • Puoi spiegare come le frequenze basali (sotto i 50 Hz) influenzano il benessere e il comportamento umano?

A questa domanda ho già risposto precedentemente. In termini fisici e scientifici è una sorta di risonanza. Noi siamo antenne e siamo anche dei circuiti elettrici, aperti. La risonanza e la vibrazione sono semplicemente il concetto di base con cui queste frequenze operano. Se nello stadio alfa il cervello produce onde sinusoidali che hanno un periodo ampio e che assomiglia esattamente all’onda musicale e sinusoidale prodotta da una bassa frequenza, il fatto di entrare in risonanza con questa frequenza genera nel cervello quel tipo di onda.

  • Come ci si può predisporre ad un ascolto consapevole? Ci sono degli esercizi da fare, degli allenamenti che si possono mettere in pratica per essere presenti all’ascolto musicale?

Il modo migliore per predisporsi ad un ascolto consapevole è dedicarsi all’ascolto, semplicemente.

Cercare di non fare nient’altro e soprattutto bisogna fare questa esperienza con l’ascolto di pezzi differenti tra loro. L’indagine da fare è introspettiva per cui è bene partire da quello che ci dà fastidio o che ci fa innervosire in un certo tipo di pezzo musicale, perché all’interno di quel nervoso c’è una componente che ci appartiene. Quello che non ci piace non ha un effetto su di noi: quello che non ci piace di solito ci passa via, completamente inosservato. Quando un pezzo musicale non mi piace, se veramente non mi piace, mi è indifferente: che ci sia o non ci sia non genera nessuna reazione da parte mia perché è come se il mio cervello mi schermasse dall’ascolto. Quando invece penso che qualcosa non mi piace perché mi dà una sensazione negativa, questo è il primo passo per un ascolto consapevole perché quel fastidio nasconde una componente che fa parte di me. Perché mi sta infastidendo quel pezzo? Devo cercare di investigare di più su quali sensazioni primordiali mi scatena, perché quasi sicuramente ci sono dei lati del mio carattere che io non amo o la proiezione che io ho di me stesso è differente da ciò che sono e quindi isolo questi elementi e cerco di farli scomparire. Quando la musica li mette in evidenza io, in qualche modo, sto effettuando un ascolto consapevole se cerco di concentrarmi su questi effetti e capire da cosa sono generati.

  • E chi fa musica, a livello tecnico, di quali aspetti deve tenere conto per creare un certo tipo di musica ed evocare determinati tipi di emozioni? Come si lega l’ascolto emotivo alla creazione, sviluppo e produzione di un brano musicale? Hai esempi personali che illustrano questo legame?

In parte ho già risposto a questa domanda. Sembra che ci voglia un approccio scientifico per generare delle emozioni, ma questo è intrinseco nel comporre: fare arte vuol dire utilizzare un mezzo che non è quello classico della parola e della comunicazione diretta per esprimere delle emozioni. Ci sono tante persone, artisti, che nella loro vita hanno una condotta e una modalità molto discutibile e scrivono dei pezzi capolavoro che sono in grado di far emozionare milioni di persone. Nella fase creativa di questi musicisti non c’è una preterintenzionalità o un’analisi scientifica per produrre determinati stati d’animo. Quegli stati d’animo vengono prodotti dal fatto che io più sono vero, più nella mia musica traduco l’emozione che voglio comunicare, e più questo succede. Più i pezzi sono autentici, cioè le emozioni che sono state veicolate nella scrittura sono le emozioni che l’artista ha provato, di disagio, di amore, di felicità, di tristezza, di malinconia e di tutto quello che si può provare, e per empatia le persone vivono questi stati d’animo se questo stato d’animo è stato espresso musicalmente in modo profondo. La scrittura musicale deve essere completamente inconsapevole, deve passare dall’inconscio. Nella consapevolezza c’è solo la scrittura delle hit: quando io voglio fare una canzone di successo, una hit, incomincio a scontrarmi con un discorso che è la regola della commercialità. Non è che un pezzo che fa successo, una hit, deve per forza generare uno stato d’animo profondo anzi, di solito più siamo leggeri, meno stiamo esprimendo dei sentimenti profondi, e più siamo vicini a quello che si definisce una hit.

  • Durante la masterclass in SAE Institute  quali sono state le reazioni degli studenti e dei partecipanti a questo argomento? Quali sono stati i feedback più significativi che hai ricevuto dai partecipanti riguardo a questo aspetto?

Durante la masterclass le reazioni sono state le più disparate, ma la cosa positiva è aver avuto delle reazioni. Questo è il primo feedback di successo perché è facile essere disinteressati per qualcosa: anche se una persona viene ad una masterclass, non è detto che l’ascolto di questa masterclass rimanga di suo interesse. Magari scopre che ha sbagliato a scegliere. Invece in questa occasione ho visto un coinvolgimento di ogni partecipante, a proprio modo. La premessa che io faccio sempre è quella di lasciare gli stati d’animo fuori dalla porta e di essere liberi. La gente si vergogna molto a descrivere  le proprie emozioni quando ascolta musica, e quando dico “vergogna” non esagero: le persone tendono a occultare e nascondere quello che provano perché pensano di essere oggetto di scherno o di attirare l’attenzione o altro. Quello che dico sempre io è “per favore entrate qui e quando ascoltate un pezzo ditemi esattamente quello che vi viene in mente. Quali immagini sono stimolate e quali sensazioni”. Vuol dire che quando uno degli studenti mi ha detto “io vedo un campo con delle croci, la nebbia etc.”, mentre quello di fianco aveva visto un paesaggio marittimo con una nave e una brezza piacevole, di questo si parla: l’immaginazione e quello che il nostro cervello partorisce durante un ascolto musicale sono un’indicazione di quello che si nasconde dietro al sentimento che viene generato dal pezzo. Per me uno può dirmi “non mi dà alcun tipo di sensazione”, anche questo è un feedback. Oppure “non mi piace. Non mi dice niente”, è altrettanto importante.

Le cose particolari che sono successe durante la masterclass solitamente succedono quando si parla di ascolto consapevole e si fa un’esperienza di questo tipo: la gente descrive delle sensazioni e delle immagini e ci sono studenti che magari non si conoscono e che non hanno un vissuto comune ma che visualizzano, spesso e volentieri, immagini molto simili. Queste, categorizzate, fanno capire che lo stato d’animo generato è uno stato d’animo preciso e passa da quei sentieri emotivi che accomunano due persone apparentemente senza nessun tipo di contatto.

  • Che cosa ne pensi dell’avvento dell’intelligenza artificiale nel mondo della musica e cosa pensi che ci riserverà il futuro con questa grande tecnologia che ha scompigliato un po’ tutti gli asset?

Io mi aspetto che l’AI sia uno strumento per generare una maggiore capacità economico – finanziaria. Mi spiego: se noi iniziamo a introdurre l’AI come meccanismo produttivo, questo meccanismo si baserà su un database di informazioni che noi stessi diamo. L’AI in realtà non è in grado di creare niente né di stimolare emozioni, ma è in grado di catalogare e di usare a proprio vantaggio una serie di dati per generare la struttura del pezzo più funzionale, la lunghezza del brano e il bpm, la velocità e il tipo di accordi da usare. Sono processi che servono per avere un rendiconto di carattere economico, ma non può essere un discorso di carattere emotivo o di esperienza personale, proprio perché dall’altra parte non c’è nessun tipo di empatia. Forse ci dimentichiamo che il processo fondamentale da cui passa l’emozione è l’empatia: anche le danze tribali sono generate da un’esperienza collettiva, quindi dal fatto che chi le fa e quelli che partecipano sono lì per provare lo stesso tipo di emozione o per condividere una tematica. L’AI non è altro che un tool che, potendo lavorare autonomamente, purtroppo non può fare altro che accedere al processo attraverso una musica stereotipata e uniformata che serve solo a un rendiconto di streaming.

  • Che cos’è per te una hit? Quali caratteristiche deve avere perché sia considerata tale?

Questa è una domanda a cui hanno risposto migliaia di musicisti e in parte ho risposto in precedenza. Non si può dare una risposta sensata: non sono uno studioso di meccanismi, sono un musicista e un produttore e posso parlare di esperienza personale.

Una hit è un brano musicale che riesce a catturare l’attenzione o il gradimento di più persone possibili, e già solo per attuare questo meccanismo è implicito che bisogna scendere con la profondità della direzione musicale che viene presa. Più il pezzo vuole toccare punte profonde o alte a livello emotivo e più sarà difficile che diventi una hit.

Il concetto di hit è simile al concetto di globalizzazione: se io riesco a fare qualcosa che non fa paura a nessuno, di una lunghezza abbastanza breve da lasciarmi la voglia di riascoltarla e ad una velocità abbastanza simile a quella che in questo momento è la velocità di svolgimento della vita quotidiana, quindi ad esempio un pezzo abbastanza veloce, potrò andare verso quello che è una composizione della hit, ma è una domanda speculativa a cui, per me, non ci può essere una risposta sensata.

ABOUT LIVIO MAGNINI

Livio Magnini, chitarrista dei Bluvertigo e tra i più eclettici musicisti della scena italiana. 

WEB & SOCIAL 

https://www.instagram.com/liviomagnini/

Related Posts