L’anatomia del mercato discografico italiano nel 2025 non è solo una mera questione di cifre, ma un’autentica diagnosi sociologica di un’asimmetria che rasenta la patologia e arretratezza culturale.
Se osserviamo la Top of the Music 2025 by FIMI/NIQ pubblicata oggi, ci troviamo di fronte a un paesaggio lunare, dominato da un’egemonia maschile che sembra uscita da un romanzo distopico di metà Novecento, se non per qualche bagliori di resistenza cromatica che arriva dai singoli.
Il dato è raggelante: solo 8 donne nelle prime 100 posizioni: ANNA la prima donna in classifica solo alla numero dodici, TAYLOR SWIFT abbatti-record mondiale qui da noi solo alla ventinove, ELODIE alla trentadue e alla ottantasei, LADY GAGA alla trentacinque, ROSE VILLAIN alla trentasette e novantotto, BILLIE EILISH alla quarantanove , ALESSANDRA AMOROSO alla cinquanta, ANNALISA alla sessantasette e alla settantatré.
Entrare nella Top 50 degli album oggi non richiede solo talento, ma la capacità di sopravvivere a un algoritmo che mastica e sputa testosterone urban.
L’unico vero fenomeno di massa al femminile capace di giocare lo stesso campionato dei pesi massimi (Marracash, Sfera Ebbasta, Olly) è Anna con “Vera Baddie”. Dietro di lei tengono botta i brand solidi come Annalisa, Elodie e forse l’effetto nostalgia-qualità di una Giorgia.
Il formato album in Italia è diventato il feudo del “blocco urban-trap”. Un genere che, per costruzione narrativa e basi di utenza, tende a auto-riprodursi attraverso collaborazioni incrociate (i famigerati featuring) quasi esclusivamente maschili.
La donna, in questo scenario, viene spesso relegata al ruolo di ospite di lusso o di “ornamento melodico”, faticando a imporre un progetto organico di 12-15 tracce che scardini il dominio dei vari Geolier o Lazza.
TRA I SINGOLI
Tra i singoli la situazione appare meno claustrofobica, ma non per questo equilibrata. Qui la donna non è più una latitante, ma una nomade del tormentone.
Ad eccezione appunto di Giorga che si posiziona con la sua hit sanremese La Cura per me alla numero due della chart, il resto vede Anna alla venti e alla novanta e l’ubiquità di Annalisa ed Elodie che funzionano perché hanno capito prima degli altri come declinare il pop italiano. Il resto è il paradosso del featuring: Molte delle posizioni occupate da donne nei singoli sono, in realtà, co-abitazioni. Vediamo Rose Villain o Angelina Mango brillare spesso accanto a giganti maschili. È una strategia di sopravvivenza: per entrare nel flusso sanguigno delle playlist “Hot Hits”, la quota rosa deve spesso passare attraverso il filtro della credibilità urban maschile.
FORMATI FISICI
Il discorso non cambia con i formati fisici, territorio di un pubblico apparentemente più adulto ma sempre più crescente di ragazzini che comprano il vinile più come poster che per ascoltarlo.
Qui solo due donne nella top 20: Taylor Swift alla numero due e Annalisa alla diciannove.
La critica non può limitarsi a contare le teste; deve interrogarsi sul perché. L’industria italiana sta soffrendo di un’iper-settorializzazione. Da un lato abbiamo il cantautorato colto e prezioso (penso a La Niña o Joan Thiele), acclamato dalla critica ma invisibile nelle chart di vendita; dall’altro un pop che, per competere, deve scendere a patti con un’estetica aggressiva che non sempre appartiene all’universo femminile.
Il 2025 ci dice che il pubblico italiano “compra” la donna come evento (il singolo), ma fatica a riconoscerla come autorità culturale (l’album). È un gap che non si colma con le quote rosa, ma con una rivoluzione nella narrazione: finché il “coolness factor” sarà dettato da una retorica di strada prettamente maschile, le donne resteranno le splendide invitate a una festa organizzata da altri.
ALL’ESTERO
Mentre noi contiamo con imbarazzo le “superstiti” nella chart italiana, i mercati globali del 2025 celebrano quella che potremmo definire una dittatura illuminata del talento femminile.
Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, il 2025 è stato l’anno di “The Life of a Showgirl”. Taylor Swift non si limita a vendere; lei colonizza l’immaginario collettivo.
Nella Billboard 200, la sua egemonia è tale da far apparire i colleghi maschi come semplici comprimari in un film di cui lei è regista, produttrice e protagonista assoluta.
Ma non è solo Taylor. Le classifiche globali di fine anno vedono una top ten ripartita al 50% con gli uomini. Sabrina Carpenter, Sza e Billie Eilish occupano stabilmente le vette, trasformando l’album in un oggetto di culto transgenerazionale. A queste si aggiunge l’ascesa meteorica di Chappell Roan, che ha trasformato il pop queer in un fenomeno da stadio.
Nel Regno Unito, il 2025 è stato dichiarato l’anno d’oro delle donne. Oltre a Taylor Swift che è prima senza discussione e dietro di lei Sabrina Carpenter ben consolidate, artiste come Olivia Dean, Raye e Lola Young non occupano solo le posizioni di rilievo, ma dettano l’agenda culturale. Qui, la “quota rosa” non esiste perché la qualità media delle produzioni femminili è talmente elevata da rendere superfluo ogni discorso di genere.
Perché l’Italia è l’Anomalia? Se a Londra o New York l’album di una donna è un manifesto politico, estetico e sociale, in Italia sembra ancora un rischio imprenditoriale che le major preferiscono non correre, rifugiandosi nel porto sicuro del rap da cameretta.
Questa discrepanza ci dice che il mercato italiano è culturalmente isolato. Mentre il mondo celebra la complessità di Gracie Abrams o l’ironia tagliente di Charli XCX o la grande classe di ROSALIA, noi restiamo incastrati in un machismo discografico che puzza di vecchio.
La verità è pungente: all’estero le donne vendono album perché costruiscono mondi. In Italia, finché non permetteremo alle nostre artiste di essere “sgradevoli”, autoritarie e libere dai cliché del pop radiofonico, continueremo a guardare le vette delle classifiche mondiali dalle retrovie.