A 25 anni dalla sua pubblicazione, El Topo Grand Hotel dei TIMORIA torna con una nuova edizione in CD e vinile, arricchita da un booklet con fotografie e fumetti.
Uscito nel febbraio 2001, l’album rappresentò un passaggio importante nella storia della band bresciana, chiamata a reinventarsi dopo l’uscita di Francesco Renga. Un lavoro ricco di suggestioni musicali, cinematografiche e letterarie, che oggi viene riproposto anche attraverso un concerto celebrativo.
Ne abbiamo parlato con OMAR PEDRINI, che ci ha raccontato in questa intervista la genesi del disco, gli incontri che ne hanno accompagnato la realizzazione e anticipato delle notizie sullo spettacolo (che racconteremo) in programma l’11 novembre all’Alcatraz di Milano.
Partiamo dalla genesi di El Topo Grand Hotel. Dopo l’uscita di Francesco Renga vi siete trovati ad affrontare un cambiamento importante.
Sì, è stato un momento particolare. Avevamo perso la voce di Francesco e tutti si chiedevano cosa sarebbe successo ai Timoria: la casa discografica, i giornalisti, i fan… un po’ tutti si domandavano se saremmo riusciti ad andare avanti e, soprattutto, se saremmo stati ancora la stessa band.
Ho deciso di non sostituire Francesco. Non volevo cercare un altro cantante con quelle caratteristiche, anche perché Renga aveva una voce straordinaria, con un’estensione di tre ottave e mezzo. Io scrivevo le canzoni immaginando che le cantasse lui. A quel punto ho dovuto reinventarmi anche come compositore.
Così ci siamo detti: perché non proviamo a cantare tutti? È stata una sorta di ripartenza. Era arrivato Sascha, che era prima di tutto un bravo chitarrista, ma aveva già cantato in un disco precedente. Lo conoscevamo, faceva parte della nostra crew. È nato così un disco che, almeno per come lo vivevo io, riportava i Timoria verso la forma canzone dei primi album.
Il titolo richiama il film di Alejandro Jodorowsky e prosegue la storia di Joe, iniziata con Viaggio senza vento.
Esatto. È come se fosse il secondo tempo di un grande film. In Viaggio senza vento conosciamo Joe, mentre in El Topo Grand Hotel raccontiamo la fine del suo viaggio, che lo porta nello spazio, su un pianeta abitabile.
Il titolo viene dal film di Jodorowsky, ma c’è anche un gioco linguistico: in spagnolo El Topo non significa il topo, ma la talpa. Mi aveva colpito l’immagine di questo animale che vive sottoterra, al buio, e cerca continuamente la luce. Quando finalmente riesce a uscire, però, rischia di rimanere accecato dal sole.
Mi sembrava una bella metafora per raccontare il nostro momento. Anche noi attraversavamo una fase underground, di cambiamento e di ricerca.
Anche la copertina e l’immaginario visivo del disco sono molto particolari.
Sì, ci sono le firme del compianto Matteo Guarnaccia e Sergio Papalettera. Hanno costruito un mondo visivo che rispecchiava perfettamente quello musicale. Anche il video di Sole spento andava in quella direzione: volevo che sembrasse un film degli anni Settanta, in particolare un poliziottesco.
Abbiamo girato in un vecchio locale milanese, arredato ancora come allora, con tanto di Alfa Romeo Giulia della polizia. Io interpretavo un malvivente e c’era anche un’attrice francese. Ci siamo divertiti parecchio. Il video era così particolare che, qualche tempo dopo, MTV ha cominciato a programmarlo accanto a produzioni americane. Aveva un’immagine molto internazionale, ma raccontava anche una Milano che ormai non esisteva più.
Riascoltandolo oggi colpisce la varietà musicale: rock (d’autore), soul, punk, rap, psichedelia e persino jazz.
È vero, dentro c’è un po’ di tutto. In quel momento avevamo bisogno di cambiare strada. Non avendo più la voce melodica e potente di Francesco, potevamo esplorare territori che prima avevamo frequentato meno: il funk, il soul, il rhythm and blues.
Forse all’epoca il disco non è stato capito fino in fondo. È diventato disco d’oro, ma credo che una parte del suo successo sia legata soprattutto a Sole spento. Oggi, invece, riascoltandolo, apprezzo molto di più anche alcuni brani che allora erano rimasti un po’ in ombra. Il tempo, in questo senso, gli ha fatto bene.
Nel disco c’è anche la collaborazione con gli Articolo 31.
Sì, in quel periodo il rap stava diventando sempre più importante e gli Articolo 31 erano sicuramente i suoi maggiori rappresentanti in Italia. Ci sembrava naturale coinvolgerli. Riascoltando oggi il testo di J-Ax, mi sono accorto che era molto più attuale di quanto pensassi allora. C’erano già temi come l’ecologia e il rapporto dell’uomo con il pianeta.
L’album arriva negli anni del G8 di Genova, delle contestazioni e delle prime grandi battaglie contro le multinazionali. Quanto rispecchiava quel clima?
Era un periodo di grande fermento. C’erano tante tensioni sociali, si cominciava a parlare con forza di ambiente, di potere economico e di multinazionali. Oggi, a distanza di 25 anni, vedo tornare alcune di quelle stesse istanze.
Mi fa piacere vedere i giovani che tornano a scendere in strada e che ricominciano a interessarsi alla politica. Ai concerti il pubblico giovane non è ancora maggioritario, ma c’è. Spero che questi ragazzi possano ritrovare qualcosa anche in un disco come El Topo Grand Hotel, che è un album libero, un po’ anarchico, con una forte sensibilità ecologista.
Dopo 25 anni, che cosa senti che è invecchiato maggiormente di El Topo Grand Hotel?
Probabilmente la struttura del concept album. Oggi spiegare a un ragazzo che deve ascoltare un disco di settanta minuti dall’inizio alla fine non è così semplice. Ho dovuto spiegare anche a mia figlia che quel quadratino che vede su Spotify è la copertina del disco! Per noi che arriviamo da un’epoca in cui le copertine erano parte integrante dell’esperienza musicale, è un cambiamento enorme.
Però il mio ascoltatore ideale resta quello che si mette le cuffie e ascolta tutto il disco in sequenza, proprio come era stato pensato.

La storia di Joe, che abbiamo lasciato nello spazio, manca forse di una conclusione, di un ritorno o di un addio definitivo. Può arrivare adesso un terzo episodio che concluda il viaggio in una trilogia?
Mi piacerebbe molto farla, però questa cosa dovrebbe essere targata Timoria, quindi con Francesco. Ogni due anni ci provo a coinvolgere Renga, ma gli impegni reciproci non ce l’hanno ancora permesso, soprattutto i suoi. È lui che fa un Sanremo ogni due (Ride ndr). L’ultima volta gli ho detto stai a casa un inverno che facciamo questo disco. Scherzi a parte ci ho provato un paio di volte facendo le cose per bene, coinvolgendo avvocati e manager. Ma per ora non ci siamo ancora riusciti.
L’11 novembre 2026 all’Alcatraz di Milano riporterai il disco dal vivo con un concerto celebrativo, che sarà anche l’occasione per ritrovare una dimensione più rock. Come avete pensato lo spettacolo?
Sarà uno spettacolo particolare, con una parte teatrale e un racconto che accompagnerà le canzoni. Ci sarà un attore che racconterà la storia di Joe, mentre noi suoneremo. Sul finale arriveranno diversi musicisti che hanno condiviso con me questa avventura.
E poi c’è una novità personale: dopo tre anni e mezzo trascorsi soprattutto con la chitarra acustica, torno a imbracciare quella elettrica. Ho ripreso in mano la mia Gibson e mi sono rimesso a lavorare sulle parti di chitarra. Mi mancava.
In scaletta ci saranno tutte le canzoni di El Topo Grand Hotel?
La struttura del concerto prevede una parte teatrale, non di teatro-canzone, ma di teatro rock. A introdurre lo spettacolo salirà sul palco l’attore Gipeto Marco Brancati, accompagnato dalla tromba di Raffaele Kohler. Nel corso del concerto ci saranno anche le incursioni del nostro Mimmo Fiore, che tornerà a vestire i panni del mimo.
Per quanto riguarda la musica, abbiamo scelto dieci brani del disco, affiancandoli a cinque o sei canzoni di Viaggio senza vento, perché bisogna raccontare in forma teatrale anche da dove arriva Joe. Se avessimo inserito tutto, sarebbe venuto fuori un concerto di tre ore e mezza! Abbiamo preferito restare intorno alle due ore, che oggi non è poco, visto che vanno di moda i concerti brevi.
Ci sarà anche Davide Apollo, che da anni canta con la Omar Pedrini Band. L’ho conosciuto quando era il cantante dei Precious Time, la Official Timoria Tribute Band, il cui nome richiamava quello originario della formazione poi diventata Timoria. È molto bravo a interpretare le parti vocali di Francesco e quindi sarà lui a occuparsi di quelle canzoni, mentre io canterò con la mia voce.
Hai spesso parlato delle difficoltà che incontrano oggi i gruppi emergenti. Qual è il problema principale?
Il problema è che non ci sono più i posti dove suonare. Una volta mettevi in piedi una band e trovavi un locale, una birreria, un piccolo club. Oggi molti di quei posti sono diventati pizzerie o ristoranti. E allora dove vanno a suonare i ragazzi?
Le band ci sono ancora, così come i giovani che vogliono imparare a suonare. Ma bisogna dare loro degli spazi. In Inghilterra, per esempio, anche nei piccoli locali si dà per scontato che un gruppo proponga musica propria. Da noi, invece, spesso si finisce per privilegiare le cover e le tribute band.
Io ho avuto la fortuna di crescere in un periodo in cui esistevano manifestazioni come Rock Targato Italia, c’erano tanti locali e le case discografiche prestavano attenzione ai gruppi nuovi. Oggi servirebbe un intervento pubblico per creare luoghi in cui la musica possa nascere e crescere. Lo dico anche pensando a Milano, una città che amo e che ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella musica italiana.
C’è poi il tema del costo dei concerti, che sta diventando sempre più importante.
È un problema enorme. Non possiamo continuare a pensare che per vedere un artista si debbano spendere cifre sempre più alte. Anche noi musicisti possiamo fare qualcosa: non è sempre colpa dei manager o delle case discografiche. A volte anche l’artista può rinunciare a una parte del guadagno.
Io per il concerto all’Alcatraz ho scelto un prezzo di 35 euro. Credo che si possa fare musica dal vivo senza chiedere cifre esagerate. E poi bisogna tornare a sostenere i piccoli locali: è lì che può nascere la prossima generazione di musicisti.
Per me la musica può davvero salvare la vita a un ragazzo. Vengo da un quartiere difficile di Brescia e ho perso tanti amici per strada. Una sala prove può diventare un’alternativa, un posto in cui trovare una strada diversa.
Per te, personalmente, cosa significa tornare su un palco rock dopo un periodo diverso?
È una grande emozione. Erano anni che, per disposizioni mediche, non facevo più concerti rock, ma soltanto spettacoli acustici e a teatro. Mi fa piacere ritornare a quella formula e ritrovare la chitarra elettrica, riscoprendo anche il chitarrista che negli ultimi anni avevo un po’ trascurato. Non ho paura del concerto, anzi, lo vivo come una serata speciale.
Naturalmente devo fare attenzione alla salute e aspettare i controlli prima di pensare a un eventuale tour. Mi piacerebbe molto tornare a fare rock con continuità, ma oggi non posso fare programmi. Se le condizioni me lo permetteranno, lo farò volentieri.
Diciamo che nella commedia della mia vita, che è più commedia che tragedia, spero ci sia ancora spazio per un po’ di rock!
Intervista di Marco Rumori per musicadalpalco.com (Clicca per leggere l’intero articolo)
INFO & BIGLIETTI
11 novembre 2026 – Alcatraz, Milano
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