C’è una Francesca Michielin che il pubblico italiano conosce bene, e la conosce da quando aveva sedici anni.
Ha vinto X Factor con Distratto, ha cantato L’amore esiste a vent’anni e Nessun grado di separazione a Sanremo e all’Eurovision.
Poi è arrivato «2640», scritto con Calcutta, Tommaso Paradiso e Cosmo, quando l’indie romano diventava pop. Ognuno di questi passaggi ha alzato l’asticella delle aspettative, e lei stessa ammette di averle inseguite per anni, a volte cercando di smentirle, a volte di confermarle, senza che i dischi trovassero sempre una coerenza.
La svolta comincia nel maggio del 2025 con Francesca, un singolo che molti consideravano poco radiofonico e che lei ha pubblicato lo stesso. Nel video compare accanto a un alieno, con sei ore di trucco prostetico. In autunno è arrivato il concerto all’Arena di Verona e infine «Magia Bianca» (LEGGI LA RECENSONE) uscito a giugno: un concept in cui il dungeon synth, il medioevo e i sintetizzatori anni Ottanta raccontano dame e streghe come figure di una femminilità che sfugge al controllo.
«Magia Bianca, Magia Nera» chiude quel cerchio, e lo chiude dalla parte dell’ombra. Il suono si fa gotico e scivola tra rock e dance. In un brano compaiono clavicembali e chitarre affidate a un produttore che viene dal death metal. Michielin lo definisce il cuore del progetto: la prima parte, dice, era «un grande antipasto».
Anche il personaggio è cambiato. Dal palco porta via la cantautrice in piedi davanti a una band e la sostituisce con uno spettacolo teatrale in otto atti, dall’ombra alla luce, con performer, costumi, oggetti di scena fatti a mano e una band di sole musiciste che si muove liberamente sul palco. Il tour parte l’8 novembre da Trento.
Ci ha raccontato dei metallari che ai firmacopie si vergognano di essere lì, della voce che non vuole mettere davanti alla musica, delle donne dimenticate dai libri di scuola e di una danza macabra dipinta a Clusone.
Nella seconda parte il suono si fa più scuro, quasi metal. Da dove arriva questa deriva?
Era importante tornare a quella che considero la madre del dungeon synth, cioè la musica metal, l’hardcore, la dark wave, tutto quell’universo.
È un filone che attraverso il fantasy ha prodotto moltissimo: in tanti dischi metal degli anni Novanta ci sono proprio degli intermezzi dungeon. Penso ai Blind Guardian, con cui sono cresciuta, ma anche agli Evanescence. Sono tutte band che hanno sempre avuto un legame forte con l’alternative, il gotico, il fantasy, la musica come evasione.
Per me è stato un processo naturale: adesso, anche dal punto di vista solare, comincia il momento più buio dell’anno, e mi sembrava giusto che coincidesse con un’introspezione e una ricerca sonora più oscura.
Pensavo che questo EP spingesse ancora più in là quello che avevi fatto nella prima parte. Dici invece che è figlio della stessa idea.
Sì, nasce dalla stessa cosa. L’ho cominciato a concepire proprio in questo periodo, l’anno scorso, e ho iniziato a scrivere dalla parte più scura. Molte cose sono rimaste bozze e le ho sviluppate più avanti, ma a livello concettuale è nato tutto insieme.
Secondo me a volte l’artista, per paura di deludere, delude di più, perché fa quello che gli altri si aspettano. Io nel mio percorso ho fatto dischi molto identificativi fin da giovanissima.
A ventun anni avevo già fuori un album che conteneva L’amore esiste e Nessun grado di separazione. Quando a quell’età fai pezzi così, il pubblico fissa un’asticella di aspettative precisa. Con «2640» se n’è fissata un’altra. Poi, forse per l’ansia di disattenderle, ho sperimentato in modi che ci stavano, ma magari dentro un progetto non c’era tutta la coerenza che c’è qui, perché stavo ancora capendo anch’io cosa fosse giusto fare.Quando fai questo mestiere a volte diventi un bravo soldatino: vai in studio, fai il pezzo radiofonico, fai il pezzo che il discografico vuole. Anche se il pezzo è una figata e funziona, non è detto che l’identità sia forte e che il pubblico ci si riconosca, né che si creino certe energie.
Con questo progetto invece, al netto di tutto, anche dal riscontro del tour vedo che c’è molto affetto.
Hai intercettato anche un pubblico nuovo?
Sì, a parte un bel po’ di metallari che quasi si vergognano. La cosa che mi fa ridere di più è che ai firmacopie della prima parte, «Magia Bianca», venivano dei metallari a dirmi: io mi vergogno, non ti ho mai ascoltata, però questo disco ha qualcosa. Anche se non è un disco metal, nella prima parte ci sono sonorità che richiamano quel mondo, perché come dicevo metal e dungeon sono molto legata.
In generale vedo un pubblico nuovo, persone che hanno sempre amato l’universo stregonesco, quello magico, quello della ritualità stagionale, e che non hanno canzoni o album che le rappresentino. Tante passioni restano private: le musiche di Skyrim o di Zelda sono cose di cui parli tra nerd, ma non le senti in un disco che va in radio o in un disco pop.
E invece magari ti affascinano. È questo il riscontro che sto constatando.
Aprire con Viriditas non mi sembra casuale. È un brano molto simbolico, e la gabbia di cui parla sembra soprattutto una gabbia interiore.
Sì, anche perché Hildegard von Bingen, la figura a cui si ispira il brano, ha parlato più volte di questa gabbia, dei dissidi che affrontiamo nella vita e che ci mettono in discussione.
Il pezzo è ispirato anche a un testo di Leonard Cohen, God Is Alive, Magic Is Afoot, che Florence + the Machine ha usato in apertura dei suoi concerti. È un testo che riflette su questo sincretismo, sulla connessione tra magia e divinità, su quanto la spiritualità faccia parte di noi. Non la possiamo rinnegare: anche quando uno dice di non credere in niente, resta sempre quell’insondabile di cui hai bisogno. In Viriditas c’è la liberazione da alcune gabbie per abbracciare una visione: anche nella grotta più buia c’è sempre uno spiraglio di luce. Per Hildegard von Bingen era ovviamente la fede, poi ognuno ci mette quello che vuole.
A livello di suono cosa c’è dentro? Si sentono clavicembali, tastiere.
In questo disco ci sono un botto di clavicembali, davvero tantissimi, e poi un sacco di tastiere e chitarroni. La cosa che mi ha fatto più ridere è che per questo pezzo in particolare abbiamo chiamato un produttore che fa solo metal e non ha mai toccato il pop italiano: Gabriele Gramaglia, in arte Cosmic Putrefaction, un progetto molto particolare e molto seguito nel mondo alternative. Abbiamo usato tantissimi strumenti, tanti synth anni Ottanta, il Korg M1, tutte le macchine che usava Enya, e ovviamente tanto Depeche Mode, che c’è sempre. C’è molta ricerca sonora, ci sono arpe e strumenti inusuali. Il filone medievaleggiante resta, ma restano anche gli anni Ottanta, che sono i miei preferiti, non c’è niente da fare.
Sul piano dei temi hai recuperato figure femminili anche poco note. Immagino sia una passione. C’è bisogno di recuperare queste figure per un femminile più potente e consapevole?
Parto da una constatazione abbastanza ovvia. Non so voi, ma io alle superiori non ho studiato tante poetesse e non ho mai avuto la percezione che nella storia ci fossero così tante donne. E invece ce ne sono tantissime, anche nei libri di storia. Ho ricevuto il messaggio di una ragazza che mi segue: aveva parlato di Katherina Hetzeldorfer al suo insegnante di storia, e lui non sapeva chi fosse. È stata la prima donna condannata per omosessualità, annegata nel Reno nel 1477. Io la sua storia l’ho trovata per caso in un libro per bambini, un libro francese su figure femminili considerate streghe, considerate alternative. Mi ha colpita.
C’è moltissima femminilità nella storia che non viene raccontata, e mi è piaciuto studiarla e approfondirla, anche sul piano mitologico: divinità come Ecate, Diana, Brigid sono importantissime, eppure nel mainstream se ne parla poco. Ho scoperto cose molto belle che mi hanno anche aiutata a capire meglio la realtà che mi circonda e a scrivere con un senso. Avere sei o sette archetipi mi è servito per dare una visione ancora più specifica, perché «Magia Nera» doveva esserlo più di «Magia Bianca». «Magia Bianca» era una sorta di grande antipasto, «Magia Nera» è più croccante, è il cuore di tutto. Non avrei potuto proporla subito: bisognava prima entrare nella foresta e immergersi.
C’è un pezzo dove la morte diventa un rituale collettivo. E poi una citazione che arriva da Goethe.
La citazione di Goethe c’è perché il quadrato magico rappresenta quella cosa per cui, anche facendo tutti i conti matematicamente giusti, come dicevo prima resta sempre una parte insondabile, qualcosa che non puoi toccare.
La danza macabra è, per usare il termine giusto, un topos letterario. Nel medioevo era rappresentata anche nell’arte. Qui vicino, a Clusone, in provincia di Bergamo, c’è un affresco gigantesco con il Trionfo della Morte e la Danza Macabra. C’è la scena dei tre uomini che vanno a interrogare tre scheletri, ed è il concetto del memento mori: prima o poi moriremo tutti. Però la paura di stare in un cimitero a riflettere su queste cose viene quasi esorcizzata. Non è un “oddio, non voglio parlare dell’eterno, non voglio parlare dell’oscurità”. È un “parliamone serenamente e balliamoci pure sopra”.
Usare il cimitero per una danza macabra non è una novità. A parte Saint-Saëns, che ha scritto la sua Danse macabre, dico una cosa grossa: anche Thriller di Michael Jackson è un esorcismo di questo tipo. Poi c’è The Dead Dance di Lady Gaga, e di recente anche Bella Poarch che ha intitolato un album Picnic at the Cemetery. È un topos che in questo momento è tornato.
Chi ha ideato la parte visiva del progetto, dalla copertina all’immaginario?
Da maggio 2025 lavoro con un direttore creativo, Danilo Bubani, che ha realizzato il videoclip di Francesca, quello con l’alieno e sei ore di trucco prostetico. Da lì abbiamo deciso di lavorare insieme e lui segue tutto l’aspetto grafico che mi riguarda. In questa seconda parte, che riunisce «Magia Bianca» e «Magia Nera», c’è il labirinto, perché il labirinto è il luogo a cui si arriva alla fine. Dopo tutto questo lungo percorso si arriva al centro, e lì sono rappresentate tutte le Francesche di quest’era, compresa quella di Francesca, perché per me idealmente il progetto comincia proprio con quel singolo, a maggio 2025.
Usiamo molte tecniche, soprattutto pittoriche: anche il nuovo logo è dipinto.
Cerchiamo di lavorare con i mezzi che abbiamo, il più possibile in modo artigianale, e questa cosa emergerà anche nel tour teatrale.
Nel tour teatrale ci sarà anche una parte visiva importante?
Più che visiva, scenica. Cerchiamo di sfruttare al massimo lo spazio, proprio perché siamo in teatro e non in un luogo qualsiasi. Mi piace l’idea che ogni posto in cui si fa musica abbia un senso suo e vada usato. Se faccio un concerto all’aperto in montagna non ti propongo le cose come in un club, in un palazzetto o in un teatro. Il mio team va fuori di testa, perché della stessa canzone ci sono otto versioni, ma noi ci divertiamo così.
Lo spettacolo è diviso in otto atti, e ognuno rappresenta qualcosa. Si parte dall’ombra nel primo e si arriva alla luce nell’ottavo, e lungo il percorso ci sono tutte le fasi, dalla rinascita alla consapevolezza femminile. In realtà non si parla solo della donna ma dell’essere umano, però abbiamo dato alle fasi i nomi di figure femminili tipiche degli archetipi: la figlia, la custode, la strega, l’amante. Oltre alla musica, la cosa importante è che dal vivo c’è tutto «Magia Bianca, Magia Nera», e i brani vecchi sono riarrangiati in quella chiave.
Ci sono due performer sul palco, e lo spazio non è pensato come quello della classica band con le sue postazioni, ma, se posso permettermi, alla David Byrne: i musicisti sono liberi di muoversi. Ci sono tantissimi oggetti di scena, tutti molto artigianali, come si concepiva il teatro tanto tempo fa.
Non è lo show degli effetti speciali, sono tanti piccoli grandi effetti di luce e di materiali portati in scena. E ovviamente tanti costumi, da quelli non potevamo scappare.
La band è tutta femminile?
Esatto, tutta femminile.
E questo immaginario lo vedi anche sul palco dell’Ariston?
Per l’Ariston mi servirebbero un po’ di oggetti di scena, non lo so. Onestamente non saprei ancora: è un progetto talmente immersivo, sto dando così tanto di me su più fronti, che è difficile. Aver concepito tutto con un anno di anticipo è già un miracolo.
LA TRACKLIST

1. 1484
2. Una donna non può
3. Il canto delle anguane
4. Feral Girl
5. Strega Comanda
6. Litha
7. Solstizio d’estate
8. Magia Bianca, Magia Nera
9. Viriditas
10. La mia ragazza
11. Hexoria
12. Danza Macabra
13. Esperienza Estatica
14. Una spada nella roccia
TOUR NEI TEATRI 2026
08 novembre 2026 | Trento – Auditorium Santa Chiara – DATA ZERO
11 novembre 2026 | Venezia – Teatro Malibran
13 novembre 2026 | Torino – Teatro Colosseo
15 novembre 2026: Ancona – Teatro delle Muse
16 novembre 2026 | Firenze – Teatro Verdi
20 novembre 2026 | Bari – Teatro Petruzzelli
22 novembre 2026 | Bologna – Europauditorium
23 novembre 2026 | Trieste – Teatro Rossetti
25 novembre 2026 | Padova – Gran Teatro Geox
28 novembre 2026 | Roma – Teatro Conciliazione
01 dicembre 2026 | Milano – Teatro Arcimboldi
03 dicembre 2026 | Napoli – Teatro Augusteo
IL VIDEO
WEB & SOCIAL:
Sito ufficiale – https://www.francescamichielin.it/
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