Se Alexis Petridis appioppa cinque stelle al nuovo disco di Beck, un motivo serio deve esserci.
Il critico del The Guardian non è tipo da elargire stelle a vuoto, anzi. Nel suo primo album interamente inedito da sette anni, Beck mantiene un livello qualitativo molto alto mentre affronta il malessere tipico della mezza età: la ferita di un divorzio si avverte in ogni brano, come una mutazione lenta più che come una cronaca sentimentale.
Ogni disco di Beck porta con sé la stessa domanda: quale versione dell’eterno trasformista troveremo questa volta?
Con “Ride Lonesome” torna al ruolo di menestrello acustico già indossato con successo in “Sea Change” nel 2002 e in “Morning Phase”. È un ritorno che chiude, senza dichiararlo apertamente, una trilogia introspettiva costruita attorno al cuore spezzato e alla ricerca di sé.
La smania di rimescolare continuamente le carte sembra essersi affievolita con l’età. A cinquantasei anni Beck non appare più ossessionato dal bisogno di cambiare pelle ogni paio d’anni: preferisce scavare nel linguaggio che già conosce per tirarne fuori sfumature nuove. “Ride Lonesome” dimostra che il raffreddamento non è sinonimo di stagnazione.
A rendere ancora più evidente la parentela con “Sea Change” e “Morning Phase” contribuisce il ritorno di buona parte della squadra che li aveva incisi: Smokey Hormel, Joey Waronker, Justin Meldal-Johnsen, Roger Joseph Manning Jr. e Jason Falkner, riuniti nella Room B degli United Studios di Hollywood. Al missaggio torna Nigel Godrich, già al lavoro su Sea Change e Mutations. La familiarità si avverte fin dall’inizio, ma non scivola mai nella replica di una formula già collaudata.
“Ride Lonesome” non è il disco più audace della carriera di Beck e non finge di volerlo essere. La sua forza sta altrove: nella capacità di tornare su un territorio già esplorato senza limitarsi a ripercorrerlo. Dopo decenni passati a dimostrare l’elasticità della propria immaginazione, Beck sembra oggi meno interessato all’ennesimo espediente che alla possibilità di approfondire una lingua musicale che conosce perfettamente.
Resta valida, purtroppo per Beck, l’idea quindi che la sua musica migliore abbia spesso trovato nell’infelicità una materia fertile. Ma qui c’è una consolazione rara: “Ride Lonesome” è il sequel di un sequel che riesce a stare accanto ai due predecessori senza vivere della loro ombra.
SCORE: 7,50
I VOTO DEGLI ALTRI
The Guardian – Voto 10.00
Mojo – Voto 10,00
New Musical Express (NME) – Voto 9,00
Uncut – Voto 8,00
Rolling Stone (Usa) – Voto 8,00
Clash Music – Voto 8,00
DA ASCOLTARE SUBITO
In The Night – For Your Love – Beyond The Light
DA SKIPPARE SUBITO
47 minuti di introspezione, riflessione e delicatezza acustica. Non è necessario skippare!
TRACKLIST
1. Ride Lonesome
2. Run Away
3. In The Night
4. Failed Words
5. Bleed
6. Disappearing Act
7. For Your Love
8. Slow Canyon
9. It Ends Right Here
10. Falling Through My Hands
11. If You Don’t Know What Love Is
12. Beyond The Light
DISCOGRAFIA
Golden Feelings (1993)
Stereopathetic Soulmanure (1994)
Mellow Gold (1994)
One Foot in the Grave (1994)
Odelay (1996)
Mutations (1998)
Midnite Vultures (1999)
Sea Change (2002)
Guero (2005)
The Information (2006)
Modern Guilt (2008)
Morning Phase (2014)
Colors (2017)
Hyperspace (2019)
Ride Lonesome (2026)
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