Chiamare un disco “War” adesso non è una scelta neutrale. Che tu lo voglia o no, il titolo porta con sé un peso che la maggior parte degli artisti della scena italiana eviterebbe, perché il rischio di sembrare presuntuosi o fuori tempo è reale.
Astro, all’anagrafe Rida Amhaouch, nato ad Acireale da genitori marocchini, cresciuto in una Sicilia che non assomiglia a quella delle cartoline, quel rischio lo ha accettato. E “WAR” è il risultato.
È un concept album, il che già lo mette in una categoria a parte rispetto alla maggioranza della trap italiana contemporanea, che produce singoli pensati per il terzo secondo di TikTok e poi li impacchetta in playlist chiamate “album” straripanti di feat.
Qui c’è un’architettura vera: ogni brano esiste dentro un discorso più grande, quello del costo del successo e di cosa rimane di te quando finalmente ce la fai. Non è un’idea nuovissima, ma è eseguita con una consapevolezza che va oltre il solito posturing.
Il nocciolo del disco è quella roba strana che succede quando inizi a essere la versione di te stesso che funziona per gli altri. Il sogno diventa un contratto, la rivalsa diventa un brand, e a un certo punto non sai più se stai inseguendo quello che volevi o quello che il sistema si aspetta da te. WAR fotografa quel momento di disorientamento senza risolverlo, e fa bene a non farlo.
I momenti più forti sono quelli dove Astro smette di fare il duro. I nostri anni bellissimi ha quella vulnerabilità dettata dal piano un po’ imbarazzante delle ballate di Ultimo o di Lauro che però, stranamente, funziona.
1 è il pezzo più nudo del disco, dove le difficoltà di integrazione vengono fuori senza filtri narrativi. ALÒ recupera qualcosa di mediterraneo che nella trap italiana si sente raramente senza che sembri un esercizio di folklore. Oltre la collina con Tedua e Quest è nostalgia adolescenziale pura, il tipo di pezzo che fa male perché è specifico: “Zero soldi appresso, solo weed nelle tasche/Fumavamo finché il sole andava via/Dietro quella collina”. Non generico, non universale per forza, ma proprio per questo ci arriva.
Poi c’è il resto: CHROME HEARTS con Nerissima Serpe super ruvida, MXP MIA con Sayf per il cazzeggio da macchinone, VAMONOS con Ghali per l’hype puro. Banger che fanno il loro lavoro senza pretendere di fare altro, e ci sta.
La chiusura va letta in coppia: l’opener War “Dite alla Meloni che quello che dice non conta/Finché pago più tasse di chi mi odia/Tutte le hoes fanno ‘oh’ come Povia” e Per vincere la guerra, che risponde senza rispondere: “Eventualmente la guerra finirà/Solo dall’altra parte, ma io/Dall’altra parte mi sento a casa”. Non è una soluzione, è una resa dei conti. Il tipo di finale che un disco meno coraggioso non si potrebbe permettere.
Il riferimento a Mulholland Drive non è campato in aria: come Lynch, Astro lascia le cose aperte a seconda di da dove le guardi. La struttura circolare del disco ha questo effetto reale, non è solo una trovata di marketing. Ascoltato al contrario cambia significato, e non molti album italiani del 2026 possono dire la stessa cosa.
Unica roba che pesa: l’autotune e le 808 sono abbondanti al punto da appiattire alcuni momenti che meriterebbero più respiro. Ma questa è la scena, e lamentarsene è come dire che il post-punk era troppo distorto. “WAR” è il disco più ambizioso che Astro potesse fare in questo momento.
Non sempre è il migliore, ma è quello giusto.
SCORE: 7,25
DA ASCOLTARE SUBITO
COLPA MIA – OLTRE LA COLLINA (feat. Tedua, Quest) – PER VINCERE LA GUERRA
DA SKIPPARE SUBITO
Avevo dubbi ma alla fine il disco si sente senza annoiare.
TRACKLIST
1. COSA FAREI
2. WAR
3. CHROME HEARTS (feat. Nerissima Serpe)
4. COLPA MIA
5. I NOSTRI ANNI BELLISSIMI
6. MXP MIA (feat. Sayf)
7. 1
8. ALÒ
9. OLTRE LA COLLINA (feat. Tedua, Quest)
10. MISS VENDETTA
11. VAMONOS (feat. Ghali)
12. ANCELOTTI
13.PER VINCERE LA GUERRA