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SANREMO 2026 – SAMURAI JAY una “ossessione” sana e piena di energia

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Samurai Jay sarà in gara alla 76ª edizione del Festival di Sanremo 2026 con il brano Ossessione.

Ossessione, scritta e composta da Samurai Jay, Luca Stocco e Vittorio Coppola, co-scritta da Salvatore Sellitti e prodotto da Vito Salamanca e Katoo esaspera il concetto di motivazione con cui portiamo avanti le passioni che abbiamo.

Il tema centrale del brano è il rapporto con la musica, vissuta da Samurai Jay come un’ossessione positiva che è al centro della sua vita come cantautore e musicista. Samurai Jay, che si esibirà per la prima volta sul palco del Teatro Ariston a febbraio, si distingue per il suo sound sperimentale e ricco di contaminazioni, che fonde rap e sonorità elettroniche e urban, arricchite da influenze latine.

Incontriamo Gennaro Amatore (il suo vero nome) a pochi giorni dal debutto all’Ariston. Parla di radici, di orchestra, di Bad Bunny, di striscioni appesi sotto casa e di quella parola pronunciata da Carlo Conti che ha trasformato una storia privata in un fatto pubblico. Questa è la sua prima volta su quel palco. 

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L’INTERVISTA

“Ossessione” nasce senza pensare al Festival. Com’è successo davvero?

È nato in modo totalmente istintivo. Avevo conosciuto da poco Vito (Vito Salamanca) e ci siamo messi a fare musica senza strategie, senza obiettivi esterni. In cameretta, a casa sua. Era la seconda cosa che facevamo insieme. Nessun pensiero su Sanremo, nessuna proiezione. Solo il gusto di suonare, conoscerci, capire dove potevamo arrivare.

Eravamo all’inizio di un percorso, prima ancora di definire bene il disco su cui stiamo lavorando. Io venivo da un periodo di pausa, quasi di sospensione. Ritrovarmi con musicisti veri, con la stessa fame di strumento, mi ha riacceso qualcosa. È tornato il desiderio puro di scrivere, provare, sbagliare. Come agli inizi.

Parli spesso di “ossessione” come motore. In che senso?

L’ossessione sana è energia. È ciò che ti spinge a evolverti, a fare meglio di ieri. Quando sei ambizioso e non vedi un obiettivo chiaro rischi di bloccarti. L’ossessione, invece, ti rimette in moto. In questo caso parlo del mio rapporto con la musica: voler correre, crescere, superarmi. Non è una spirale negativa, è una tensione costruttiva.

Che effetto ti fa ascoltare oggi il brano?

Mi mette gioia. Mi alleggerisce. È il primo parametro che uso: se una canzone non mi fa stare bene, difficilmente la porto avanti. Ho sempre chiesto anche il parere di mia madre, che è severissima. Se passa il suo filtro, vuol dire che c’è qualcosa di vero.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla performance all’Ariston?

Movimento, sorrisi, leggerezza. Voglio che arrivi quella felicità che sento io quando lo canto. Non penso a costruire un’immagine solenne. Voglio divertirmi e far divertire.

Ti fa paura quel palco?

Lo affronto come se fossi ancora in cameretta. Da bambino mi mettevo davanti allo specchio con la chitarra e immaginavo un mare di persone. Ho sempre fatto questo esercizio. Alle prove all’Ariston ho tirato un sospiro di sollievo: mi sono sentito a casa. Poi magari l’emozione mi travolgerà, ma voglio restare spontaneo.

Com’è stato l’incontro con l’orchestra?

Un’emozione enorme. Il mio primo ricordo musicale è l’orchestra delle medie, facevo chitarra classica. Sentire un brano nato in cameretta prendere vita con quell’arrangiamento è stato potente. L’orchestra ti abbraccia, ti fa capire il valore di ogni singolo elemento. C’era entusiasmo vero, sintonia immediata.

Per la serata delle cover hai scelto Roy Paci e Belen. Perché?

È stata una scelta istintiva, coerente con il mood latino che attraversa il mio suono. Abbiamo riarrangiato tutto, messo del nostro. Belen mi ha colpito per l’umanità, per la semplicità con cui si è messa in gioco. Ci stiamo preparando con grande entusiasmo. E Roy Paci porta un’energia che incendia qualsiasi palco.

Come ti collochi nella scena napoletana?

Sono Gennaro, prima di tutto. Porto con me Napoli, i suoi valori, l’ospitalità, il rispetto. Cerco di rappresentare la parte luminosa della mia città. La napoletanità non è un’etichetta estetica, è un modo di stare al mondo. Voglio portarla nel nazionale e, un giorno, nell’internazionale.

Hai detto che, per il posto da cui vieni, essere a Sanremo ha un peso specifico enorme. Perché?

Perché non è scontato niente. Vengo da un paesino, da una famiglia in cui ha lavorato solo mio padre, con tante difficoltà sulle spalle. Il sogno della musica, da dove vengo io, non è un lusso che ti puoi permettere a cuor leggero. Dire “farò il cantante” suona quasi come una provocazione. Ti dicono di trovarti un lavoro stabile, di portare il pane a casa. Per questo, essere arrivato fin qui è già una vittoria.

A Mugnano hanno appeso striscioni per te. Che effetto ti fa?

È una cosa incredibile. Era quasi mezzanotte di San Valentino, ero sotto casa per fare una sorpresa a mia madre e mi sono ritrovato gli striscioni. Mugnano sta vivendo un momento di gioia e io con loro. Arrivare al Festival di Sanremo da un paese così è una vittoria collettiva. Io vivo ancora lì, sto bene lì. Voglio portare il nome del mio paese il più in alto possibile.

Quindi, al di là della gara, il traguardo è già stato raggiunto?

Io mi preparo per dare il massimo, questo è sicuro. Voglio fare la miglior esibizione possibile. Ma la mia vittoria è stata un’altra: quando Carlo Conti ha detto “Samurai Jay”. C’è un video: mia madre che salta e piange, mio padre incredulo, mio fratello in lacrime. Quella scena vale tutto.

Sei anni fa parlavi di urban latino e di quanto ti affascinasse la scena americana. Guardando oggi a quello che ha fatto Bad Bunny, anche al Super Bowl, che idea ti sei fatto?

Bad Bunny è uno dei pionieri di quel mondo. La sua forza non è solo musicale, è progettuale. Visione, immaginario, coerenza. Nell’ultimo disco è tornato alle radici a quell’atmosfera di festa che senti a Puerto Rico. È un’energia autentica. L’esibizione al Super Bowl per me è stata pazzesca. Ho visto pareri contrastanti, ma io l’ho trovata potentissima. Anche perché tra i ballerini c’era un mio compaesano, Antonio Spinelli: ero incollato allo schermo.

E poi ascolto molta musica latina, anche grazie a mio fratello che è una specie di talent scout ossessivo. Bad Bunny oggi lo fa come nessun altro.

WEB & SOCIAL 

@samuraijay

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