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Recensione: APPARAT – “A Hum Of Maybe”

Sascha Ring non è mai stato un semplice produttore elettronico. Sotto il moniker Apparat ha costruito negli anni un laboratorio ibrido, dove scrittura, orchestrazione e manipolazione digitale convivono senza gerarchie.

“A Hum Of Maybe”, sesto capitolo dopo “LP5” del 2019, arriva al termine di una frattura creativa dichiarata, un periodo di afasia che ha incrinato il suo rapporto con la musica. Non è un dettaglio biografico. È la matrice del disco.

La copertina cita apertamente M. C. Escher e la suggestione non è ornamentale. Escher costruiva spazi dove la logica si torce fino a tradire l’occhio. Apparat applica lo stesso principio al suono. Stratifica pattern elettronici, li espone a improvvise espansioni melodiche, poi li ricompatta in cellule ritmiche minime. L’architettura è nitida, la percezione instabile.

L’album nasce da un esercizio quasi ascetico: un’idea al giorno, senza filtro, senza perfezionismo. Dalla sedimentazione di schizzi e frammenti sono emerse undici tracce che mantengono tracce di quella urgenza. Si percepisce una scrittura meno levigata rispetto al passato, più esposta, talvolta irregolare. È un rischio calcolato che evita l’autocompiacimento.

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Il tema lirico sul quale è costruito il disco è l’amore, ma sottratto alla sua iconografia più consumata. Amore per sé, per la compagna, per la figlia. Amore come territorio instabile che richiede continua ricalibrazione. Il titolo “A Hum Of Maybe” allude a uno stato intermedio. Non affermazione, non negazione. Un ronzio. Una corrente sotterranea dove convivono analogico e digitale, impulso binario e vibrazione organica. Ring lavora su questa soglia, e il disco trova coerenza proprio nell’ambiguità.

Il brano di apertura del disco Glimmerine traduce in forma musicale la paternità. Un trombone febbrile attraversa il tessuto elettronico, i synth scintillano senza indulgere in enfasi, la dinamica oscilla tra densità e rarefazione. Non c’è retorica domestica, piuttosto un senso di responsabilità sonora. L’amore qui non è dichiarazione, è pressione interna che modifica l’arrangiamento. Un percorso quasi curatoriale che attraversa le undici tracce. Un viaggio come è la sensazione che restituisce la title track Hum Of Maybe dove la batteria scandisce il susseguirsi del panorama.  

La presenza dei collaboratori storici consolida una dimensione quasi cameristica. Philipp Johann Thimm, Christoph Hamann, Jörg Wähner e Christian Kohlhaas contribuiscono a una dinamica di band che scalda l’impianto elettronico senza snaturarlo. Gli interventi di KÁRYYN in “Tilth” e di Jan-Philipp Lorenz in “Pieces, Falling” ampliano lo spettro timbrico senza trasformare il disco in una vetrina di featuring.

“A Hum Of Maybe” è un lavoro meticoloso, a tratti persino cerebrale. Non concede brani immediatamente memorabili né picchi spettacolari. Preferisce costruire un paesaggio coerente, dove ogni dettaglio ha una funzione strutturale. La fusione tra sensibilità da compositore e disciplina da producer resta il suo tratto distintivo.

Non è un disco che reinventa Apparat. È un disco che lo mette alla prova. Ring sonorizza l’instabilità con metodo elettronico, accetta il limbo come condizione creativa e ne trae un’opera compatta, meno seduttiva di altre, ma più consapevole. Per chi cerca nell’elettronica una scrittura adulta, non un semplice design sonoro.

SCORE: 8,00

DA ASCOLTARE SUBITO

Glimmerine – Tilth – w/ KÁRYYN – 

DA SKIPPARE SUBITO 

Nulla! 

TRACKLIST

Glimmerine
A Slow Collision 
Gravity Test 
Tilth – w/ KÁRYYN
Hum Of Maybe 
An Echo Skips A Name 
Enough For Me 
Lunes 
Williamsburg 
Pieces, Falling – w/ Bi Disc
Recalibration

DISCOGRAFIA 

2001 Multifunktionsebene 
2003 Duplex 
2007 Walls 
2011 The Devil’s Walk
2013 Krieg und Frieden (Music for Theatre) 
2019 LP5 
2020 Soundtracks: Capri-Revolution 
2020 Soundtracks: Stay Still 
2020 Soundtracks: Dämonen 
2020 Soundtracks: Equals Sessions 
2026 A Hum Of Maybe 

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