Non posso dire che “Prizefighter” sia il mio disco preferito.
Il folk-pop che attraversa questo sesto capitolo del trio dei Mumford & Sons non è nelle mie corde, eppure non posso negare che ci sia mestiere, cura compositiva, attenzione lirica e una tensione palpabile tra radici e desiderio di rinnovamento. Cinquantacinque minuti che li vedono sospesi tra l’arcaico fervore folk che li ha definiti e un tentativo evidente di ridefinire oggi ciò che la band rappresenta.
Ascoltando il disco, percepisco una band inglese che suona più americana che mai, come se stesse guardando al suo stesso repertorio dall’orlo, interrogandosi sul senso di un folk ormai passato e sulla frammentazione estetica del presente.
L’album è stato scritto e prodotto in collaborazione con Aaron Dessner dei The National nel suo Long Pond Studio, nello Stato di New York e questo segna profondamente la produzione: gli stomp‑clap, gli arrangiamenti che si spingono oltre il folk tradizionale, tutto ha il senso di un lavoro minuzioso, ma spesso più volto a consolidare una cifra stilistica che a spingere realmente il linguaggio della band oltre i confini conosciuti.
In brani come Rubber Band Man, con Hozier, si sente lo sforzo di recuperare quella fierezza folk che aveva decretato il successo dei Mumford & Sons, ma la lucidità e la morbidezza della resa sonora riducono la forza del morso emotivo. Qui le voci dialogano più che confrontarsi, e il risultato lascia la sensazione di un equilibrio troppo misurato, che non graffia davvero.
Il disco è arricchito dalla presenza di voci esterne: Gracie Abrams, Chris Stapleton, Gigi Perez, con l’apporto di autori come Justin Vernon oltre al già citato Dessner. Ci sono momenti in cui questi contributi aprono a una comunione tonale sorprendente, ma altre volte l’identità della band si dissolve nel coro più ampio. Icarus, con Perez, costruisce un climax quasi cinematografico, e lì percepisco l’ambizione del disco, ma in generale questa apertura contribuisce a dare all’album la qualità di un collage, più che di un racconto coerente.
“Prizefighter” è un disco che sedimenta: la sua bellezza è sottile, spesso celata sotto l’evidenza di un marchio composito e collaborativo. C’è buona musica, quella che funziona adesso in quel genere, eppure mi resta la sensazione di un’assenza, di quel qualcosa che avrebbe potuto rendere l’ascolto davvero memorabile e farmi appassionare a un genere che di mio non sento naturalmente.
SCORE: 6,50
I VOTI DEGLI ALTRI
The Independent (UK) – Voto 8,00
Mojo – Voto 8,00
Pitchfork – Voto 5,90
DA ASCOLTARE SUBITO
Rubber Band Man – Icarus – Badlands
DA SKIPPARE SUBITO
Personalmente un po’ noioso. Ripeto non è nelle mie corde ma un ascolto non disturba!
TRACKLIST
Here (feat. Chris Stapleton)
Rubber Band Man (feat. Hozier)
The Banjo Song (feat. Jon Bellion)
Run Together (feat. Finneas)
Conversation with My Son (Gangsters & Angels)
Alleycat
Prizefighter (feat. Justin Vernon)
Begin Again
Icarus (feat. Gigi Perez)
Stay
Badlands (feat. Gracie Abrams)
Shadow of a Man
I’ll Tell You Everything
Clover
DISCOGRAFIA
2009 – Sigh No More
2012 – Babel
2015 – Wilder Mind
2018 – Delta
2025 – Rushmere
2026 – Prizefighter