Saranno in gara alla 76ª edizione del Festival di Sanremo con Poesie Clandestine. Per LDA e AKA 7EVEN non è soltanto un ritorno all’Ariston, ma l’inizio di una traiettoria condivisa che prende forma nell’album omonimo in uscita il 6 marzo.
Un progetto nato in casa, cresciuto in sedici giorni di scrittura febbrile, senza filtri né strategie. Un disco che cerca un punto di contatto tra R&B e urban, ma trova soprattutto una verità generazionale che passa per Napoli, per la lingua, per l’urgenza di raccontarsi senza più schermature.
Scritto da Luca D’Alessio (LDA), Luca Marzano (AKA 7EVEN), Alessandro Caiazza e Vito Petrozzino, e prodotto da Noya, il brano «parla di un amore carnale, un amore viscerale», un amore intenso ma al tempo stesso fuggitivo: un legame che non riesce mai a trovare una forma stabile, pur venendo vissuto con assoluta pienezza
Durante la serata delle cover, gli artisti condivideranno il palco del Teatro Ariston con una vera leggenda della musica italiana: TULLIO DE PISCOPO. Insieme porteranno una rilettura speciale di “Andamento Lento”, iconico brano firmato dallo stesso De Piscopo, che ha attraversato generazioni e continua a essere un simbolo senza tempo della musica italiana.
L’INTERVISTA
Come nasce “Poesie Clandestine”?
Nasce per caso, o meglio, senza aspettative. Entrambi avevamo finito il tour estivo, lui. Eravamo a Roma, a casa, con l’idea di staccare, ridere, non pensare a nulla. Però abbiamo detto al nostro produttore: porta il computer, non si sa mai.
Una sera non avevamo niente da fare e siamo andati in studio. Doveva essere una session leggera, quasi una parodia di noi stessi. Ridevamo, facevamo sciocchezze. La classica session da cui esce un pezzo da cestinare.
Poi a un certo punto abbiamo sentito che nell’aria c’era qualcosa di diverso. Una tensione più seria. Da lì è nata “Poesie Clandestine”.
Il disco è stato realizzato in tempi rapidissimi.
Sedici giorni. Un lavoro concentrato, quasi febbrile. Abbiamo deciso di togliere barriere e filtri, di mettere davanti la verità.
Quello che siamo, il modo in cui percepiamo l’amore, che è il cuore del disco.
Non ci siamo detti: il disco deve essere così. Non c’era un obiettivo stilistico da rispettare. Abbiamo cercato sfaccettature diverse, dal cantautorato a sonorità più R&B, fino a un pop più radiofonico.
È un lavoro molto variegato.
La cosa importante è che questo progetto è separato dai nostri percorsi solisti. Io (LDA) continuo con il mio mondo R&B, Luca (AKA 7EVEN) con il suo universo urban.
Insieme è nato qualcosa che non appartiene a nessuno dei due in modo esclusivo. È un territorio comune.
Ascoltandolo si avverte però un collante preciso: la vostra terra.
Sì, Napoli è un elemento che torna, anche quando non è dichiarato. È la prima volta che cantiamo davvero in napoletano.
Per me è stato un passaggio delicato. Ho sempre esitato a farlo, per evitare etichette o giudizi facili. Poi ho capito che dovevo smettere di trattenermi. Io penso in napoletano e poi traduco in italiano.
È la mia lingua madre, il mio modo di sentire.
Non volevamo folklore, ma radice. Anche quando ci avviciniamo a sonorità latine o blues, quella matrice resta.
Quali sono le vostre eredità musicali?
Siamo cresciuti con una tradizione importante. Pino Daniele è un riferimento naturale.
Ci sono anche influenze meno esplicite. In alcune linee vocali affiora qualcosa di Alex Baroni. Non è un paragone, è un’ombra affettiva. Sono cresciuto con la sua musica e certe inflessioni ti restano dentro, anche quando non te ne accorgi.
Mi piace che nel disco si possa trovare tutto: puoi ballare, puoi piangere, puoi sentire nostalgia. Non volevamo un monocolore emotivo.
Com’è nato il vostro sodalizio artistico?
In modo naturale. Viviamo insieme da tempo in una convivenza creativa. Ce lo dicevamo anni fa: un giorno faremo qualcosa insieme.
Abitiamo con due produttori e un autore. In casa siamo in cinque. È come un’università permanente, solo che non ci sono esami scritti. Lì dentro è nato tutto, anche il brano per Sanremo.
Avete 22 e 25 anni. Quanto è complesso emergere oggi?
È complesso e lo sappiamo bene. A volte ti senti messo in discussione, altre volte sei tu a metterti in discussione.
Per questo l’idea di un progetto condiviso è stata anche una forma di forza reciproca. Non per proteggerci, ma per crescere. Il talento da solo non basta. Serve disciplina, studio, consapevolezza.
“Poesie Clandestine” è questo: un inizio, non un traguardo. Un punto di partenza che mette insieme due identità senza annullarle.
Sanremo è il palcoscenico, ma il lavoro vero è iniziato molto prima, in una stanza, tra risate e un computer acceso.
Parlate spesso di fortuna. Quanto pesa davvero nel vostro percorso?
La fortuna esiste, sarebbe ipocrita negarlo. Le cose giuste che arrivano al momento giusto, i pianeti che si allineano. Però la fortuna da sola non costruisce nulla se non c’è preparazione, studio, dedizione.
Io (LDA) vengo da una famiglia che ha lavorato tanto per garantirmi delle opportunità. Non mi è mancato nulla. Ho frequentato buone scuole, ho potuto scegliere. Questa è una responsabilità prima ancora che un privilegio. Quando sai di essere stato fortunato, non puoi permetterti di adagiarti.
IO (AKA 7EVEN) ha avuto un percorso diverso, più accidentato. Ma quello che ci accomuna è la fame. Una fame che non dipende da quello che hai avuto o non hai avuto. È la voglia di dimostrare che non sei arrivato per caso.
Napoli oggi sembra vivere una nuova centralità culturale. Vi sentite parte di questa ondata?
Sicuramente sì. Per Napoli e per la Campania è un momento importante. Vedere tanti artisti in gara, sentire il dialetto che torna sul palco principale della musica italiana, è una forma di rivincita simbolica.
Fino a qualche anno fa parlare in napoletano fuori dalla città poteva diventare un’etichetta. O peggio, un pregiudizio. Oggi la percezione è cambiata.
Io ricordo un episodio di cinque anni fa. A Milano presi un taxi, parlavo al telefono in napoletano. Il tassista mi chiese se fossi di Napoli. Quando risposi di sì, cambiò atteggiamento, freddo, distaccato. Non mi salutò nemmeno.
Qualche anno dopo la stessa scena si è ripetuta, ma con una reazione opposta.
“Che bello, vengo ogni estate, è splendida”. È successo più volte. Ho capito che qualcosa era cambiato. Anche il boom turistico ha inciso, ma la musica e il calcio hanno fatto la loro parte. Sono i due linguaggi più popolari del Paese.
Napoli non è solo cronaca nera. È cultura, è identità, è energia. E quando questa energia diventa racconto condiviso, cambia la narrazione.
In gara ci sono altri artisti campani e una figura monumentale come Tullio De Piscopo. Che effetto vi fa?
È un onore. Con molti degli artisti campani c’è amicizia, stima reciproca. Siamo cresciuti ascoltando quella tradizione.
Ma Tullio De Piscopo è un’istituzione. Un musicista che il mondo ci invidia. Noi siamo ragazzi, lo sappiamo bene. Quando ascolti un maestro raccontare aneddoti, parlare di palco, di studio, resti in silenzio. Ti rendi conto di quanto ci sia ancora da imparare.
A ottant’anni ha un’energia che mette in crisi tanti ventenni. Non è solo tecnica, è visione. È storia viva.
In questi giorni si è parlato dell’idea di devolvere parte dei proventi del Festival per sostenere il Teatro Sannazaro dopo la tragedia. Cosa ne pensate?
Siamo assolutamente favorevoli. Se la musica può servire a qualcosa di concreto, deve farlo.
Qualora ci fosse bisogno del nostro contributo, rispondiamo presenti. Non è una questione di immagine, ma di coscienza.
La musica è voce, ma è anche comunità. Se può trasformarsi in aiuto reale, è il minimo.
IL DISCO

L’album “Poesie Clandestine”, composto da 10 brani, prende forma dalla connessione umana, ancor prima che artistica, tra LDA e AKA 7EVEN, cresciuta nel tempo tra vicinanza, vita condivisa e uno scambio spontaneo e continuo di suoni, idee e prospettive.
LA TRACKLIST
1. Poesie Clandestine
2. Ultimo Ballo
3. La fine del mondo
4. Maledetta voglia di te
5. Mi ricordi lei
6. Nera Malinconia
7. Non so dire addio
8. Stupide Parole
9. Nun è over
10. Andamento Lento con Tullio De Piscopo
INSTORE
