In occasione dei trent’anni dalla pubblicazione de “Il Vile”, il secondo disco dei Marlene Kuntz, simbolo di una generazione e opera di riferimento per il rock alternativo italiano, esce il 6 marzo una versione speciale numerata e in edizione limitata, disegnata interamente dall’illustratore Alessandro Baronciani.
Appassionato di musica rock e dei Marlene Kuntz in particolare, il fumettista ha voluto rendere omaggio a questo disco che gli ha cambiato la vita da adolescente, realizzando, oltre alle grafiche dell’album, anche un booklet/fumetto con 11 tavole, ognuna delle quali rappresenta una sua interpretazione dei brani contenuti nel disco, e 3 cartoline con una vignetta estratta dal fumetto stesso. Tutte le copie sono numerate e firmate a mano da lui stesso.
Ne abbiamo parlato con Cristiano Godano.

L’INTERVISTA
A marzo arriva la ripubblicazione de “Il Vile” con un progetto che va oltre la celebrazione canonica. Non solo ristampa, ma un’operazione concettuale. Cosa avete costruito insieme a Baronciani?
L’idea è nata da una proposta del nostro team. Ce l’hanno sottoposta, ci è sembrata forte, l’abbiamo accolta. Non volevamo limitarci alla retorica dell’anniversario, che spesso coincide con una semplice operazione su vinile. Qui c’è un valore aggiunto reale: Baronciani ha realizzato undici micro-narrazioni, una per ogni brano. Tavole che condensano l’essenza dei testi, senza illustrarli in modo didascalico. È un attraversamento visivo del disco, non un corredo ornamentale.
1996-2026. In questi trent’anni è cambiato quasi tutto nella musica. Che cosa, invece, non è cambiato nel vostro approccio?
L’esperienza del gruppo. Oggi molta musica nasce in solitudine, davanti a un computer. Non è un giudizio morale, è una constatazione. Mettere insieme tre, quattro, cinque persone significa cercare una convergenza tra personalità diverse. L’attrito genera forma. Le band memorabili sono tali perché ogni elemento possiede una forza autonoma che entra in collisione con le altre. Questo processo non cambia. Cambia, semmai, la sua diffusione: sono pochi i giovani che scelgono ancora quella via.
Anche la scrittura è mutata?
Direi di sì. Escludendo il mainstream più fragile, che era fragile anche allora, noto un progressivo ridimensionamento del vocabolario. Si legge meno, e leggere amplia il campo lessicale. Se il linguaggio si restringe, l’immaginario si impoverisce. Le parole ricorrono, si ripetono, diventano intercambiabili. La scrittura perde tensione.
Il 5 marzo parte il tour. Che scaletta dobbiamo aspettarci?
Suoneremo integralmente il disco, con qualche incursione coerente con quel clima. “Il Vile” ha un mood teso, isterico, a tratti rabbioso. È un disco nervoso. Anche nei momenti più lirici c’è una pressione interna. La scaletta seguirà quella traiettoria: intensità pura, poche concessioni.
Un disco come “Il Vile” potrebbe nascere oggi?
Fatico a immaginarlo. Era figlio di un terreno fertile. Quando lo pubblicammo, l’onda del grunge aveva aperto uno spazio. Noi esistevamo già prima di Nevermind dei Nirvana, ma quell’esplosione creò una sensibilità collettiva. C’era fermento. Oggi non percepisco la stessa convergenza. Se un gruppo emergesse con quei timbri e quell’urgenza, sarebbe quasi fuori asse rispetto al contesto.
Riascoltandolo dopo trent’anni, c’è qualcosa che cambieresti?
Nessun rimpianto. Senti il tempo che passa, certo. Ma il disco resta integro nella sua necessità. È questo che conta.
Nel 2012 avete partecipato al Festival di Sanremo. Lo rifaresti?
Sì, ma con maggiore consapevolezza del contesto competitivo. Noi lo affrontammo con un’attitudine quasi ingenua, concentrati solo sull’idea di far arrivare il brano. In quell’edizione fummo eliminati presto dal televoto, però lasciammo un segno. Rifarlo significherebbe calibrare meglio la strategia, senza snaturarsi.
Oggi come ti orienti nell’ascolto? Cosa ascolti?
Cerco di essere selettivo, inevitabilmente. Le informazioni mi raggiungono comunque, leggo, mi incuriosisco, ascolto ciò di cui si parla. A volte un disco mi colpisce, mi piace anche molto. Ma se non sento l’urgenza di rimetterlo su, significa che non ha inciso davvero. A quasi sessant’anni non ho più l’ansia di restare aggiornato su tutto. Da ragazzo ero vorace, avevo bisogno di accumulare nomi, suoni, scoperte. Oggi l’ascolto è più meditato, meno compulsivo.
Quando sono a casa torno spesso ai classici. Se desidero jazz, metto jazz. Se ho bisogno di un certo tipo di rock, scelgo quello che so potrà restituirmi una vibrazione precisa. È un rapporto meno dispersivo, più consapevole. In questo periodo ascolto molto i Tindersticks: hanno una profondità emotiva che continua a parlarmi. Ogni tanto mi incuriosiscono i Turnstile, che possiedono un’energia fisica interessante.
Il problema, se così vogliamo chiamarlo, è l’eccesso. C’è una quantità smisurata di musica disponibile. Tutto è accessibile, tutto è simultaneo. È una ricchezza, ma anche una dispersione. Per me l’ascolto oggi è scelta, non più inseguimento.
LA STORIA DEL DISCO
Quando vide la luce, il 26 aprile 1996, Il Vile fu come uno squarcio improvviso nel cielo musicale italiano: chitarre che graffiavano l’aria con distorsioni taglienti, linee melodiche che si muovevano tra ombra e luce, parole che cadevano come pietre e al tempo stesso si sollevavano come visioni poetiche. Con questo album i Marlene Kuntz seppero trasformare inquietudine e fragilità in una lingua nuova, dove il dolore diventava bellezza, la rabbia lirica, l’angoscia canto corale. Una scrittura che aprì uno squarcio nell’immaginario collettivo, trasformando l’intimo tormento in esperienza condivisa.
Ogni brano di Il Vile è un mondo a sé: c’è l’impatto elettrico che scuote il corpo, la dolcezza che arriva all’improvviso a spiazzare, l’alternanza di furia e silenzi sospesi, come se la musica seguisse i battiti di un’anima inquieta. Non è un disco da ascoltare soltanto: è un’esperienza che si attraversa, tra graffi e carezze, tra vertigini e abbandoni.
A trent’anni di distanza, quell’urgenza non si è affievolita, anzi, risuona con ancora maggiore lucidità, dimostrando che Il Vile non appartiene a un’epoca conclusa, ma continua a dialogare con il presente. Le sue parole parlano alle disillusioni contemporanee, le sue chitarre gridano ancora contro il vuoto, le sue atmosfere offrono uno specchio alle inquietudini di oggi.
ALESSANDRO BARONCIANI
Tra i più importanti illustratori e fumettisti della scena italiana, ha disegnato i manifesti dei festival più importanti come il Mi Ami, ha disegnato le cover di progetti di punta della scena indipendente italiana (come Baustelle, Bugo, Tre Allegri Ragazzi Morti, Perturbazione) ed è autore di diversi libri, Le ragazze nello studio di Munari, Come svanire completamente e Quando tutto diventò blu, molti dei quali vincitori di premi e stampati in USA.

IL TOUR
Con “Marlene Kuntz suona Il Vile”, la band intraprende un percorso celebrativo che trascende la semplice natura del live: un rito collettivo che a trent’anni dall’uscita restituisce al pubblico l’impatto incandescente di un disco che ha inciso in profondità la memoria culturale del nostro Paese.
5 MARZO – THE CAGE – LIVORNO
7 MARZO – MAMAMIA – SENIGALLIA
12 MARZO – NEW AGE – TREVISO
19 MARZO – ESTRAGON – BOLOGNA
20 MARZO – ORION – ROMA
25 MARZO – HALL – PADOVA
26 MARZO – ALCATRAZ – MILANO
27 MARZO – VIPER – FIRENZE (C/o CdP Grassina)
8 APRILE – HIROSHIMA MON AMOUR – TORINO NUOVA DATA
9 APRILE – HIROSHIMA MON AMOUR – TORINO SOLD OUT
16 APRILE – CASA DELLA MUSICA – NAPOLI
18 APRILE – DEMODÉ – BARI
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