C’è una differenza sottile tra cadere e lasciarsi cadere, un gesto, una volontà, un attrito con l’aria. Tredici Pietro arriva alla 76ª edizione del Festival di Sanremo con Uomo che cade, un brano che già nel titolo diventa uno statement e una condizione.
L’inedito è scritto da Tredici Pietro insieme ad Antonino Dimartino. La musica è di Antonino Dimartino e Marco Spaggiari. È prodotto da Vanegas; la produzione aggiuntiva è di Giovanni Pallotti, Fudasca, Sedd e Montesacro.
Il brano racconta il percorso della vita come un movimento continuo, fatto di ricerca, cadute e ripartenze. UOMO CHE CADE esplora la naturale ricerca dell’essere umano, quella spinta a non accontentarsi mai e a rimettersi costantemente in gioco, cadendo e ricominciando in un ciclo che è parte integrante dell’esistenza.
L’abbiamo incontrato. In questa conversazione emerge un artista che rifugge la retorica generazionale ma ne intercetta le crepe: precarietà emotiva, inflazione simbolica, ossessione del risultato. E che sceglie, con una lucidità quasi ostinata, di difendere il diritto alla figuraccia, all’errore, al tentativo. Perché forse, oggi, la vera disillusione non è cadere. È smettere di provarci.
L’INTERVISTA
Ci racconti Uomo che cade ?
Il brano è figlio diretto di “Non guardare giù”, il mio primo disco. L’ho scritto meno di un anno fa, in una giornata di sole, in un momento in cui avevo ancora addosso tutto quello che avevo cercato di raccontare in quel disco.
Sento un filo rosso molto forte. Per questo abbiamo deciso di inserirlo in una riedizione: non la chiamerei repack, è più un modo per chiudere un ciclo personale. È come se stessi mettendo un punto a un viaggio interiore nato da un’urgenza.
Nel brano parli del “tentare” come gesto necessario ma doloroso. È un tema generazionale?
Credo di sì. Ci ripetono che tentare non nuoce, ma intorno a me vedo tanti coetanei bloccati proprio dal tentare. Siamo paralizzati dalle possibilità infinite e dalle aspettative.
Dal confronto continuo. Dalla forbice sociale che si allarga. Non voglio trasformare una canzone in un comizio, ma è difficile non accorgersene.Per me la negatività non sta nel fallire, ma nel non agire. La depressione è il punto finale, ma prima c’è l’immobilità.
Abbiamo solo il nostro corpo e un margine minimo di libero arbitrio. Se non proviamo, cosa resta?
Eppure “Uomo che cade” è anche una storia d’amore.
Sì, parto da una relazione reale. In passato ne ho parlato troppo, con poca eleganza. Oggi preferisco lasciare spazio al simbolo. Quando ti disinnamori, de-idealizzi qualcuno, lo togli dal piedistallo. Ma nel farlo rischi di dimenticare che anche tu stai cadendo.
A questa persona dico: guarda in alto, c’è un uomo che cade. Perché mentre tu mi hai rimesso a terra, io sto ancora tentando.
Noi giovani siamo idealisti, poi la realtà ci derealizza in un attimo. È uno schianto continuo tra sogni giganteschi e un presente che non li concede subito.
La caduta, allora, non è solo sconfitta.
No, è movimento. La scala della vita non è lineare. Non va solo verso l’alto. Accettarlo è forse la cosa più complessa oggi. Sembra che agli altri arrivi tutto immediatamente. Viviamo sommersi da input che non ci fanno dormire tranquilli. Io ho provato a raccontare tutto questo senza chiuderlo in una formula precisa.
Quando scrivo non ho una tesi da dimostrare. Solo ora, parlando, capisco cosa stavo cercando di dire anche a me stesso.
Per la serata delle cover hai scelto un brano che appartiene alla storia della musica italiana e anche alla tua storia familiare. Come si intreccia con “Uomo che cade”?
Non voglio fare paragoni. Dico solo che è una canzone che parla di vita e di amicizia, e che fa parte della discografia di mio padre Gianni Morandi.
Per anni ho detto che volevo tenermi distante da quell’eredità. Poi, appena ho saputo di Sanremo, quasi senza pensarci, ho accettato. È come se non fosse stata una decisione razionale. Un istinto.Porterò quel brano con i miei compagni di viaggio, Fudasca, Galeffi, Sedd e Montesacro. Sono le persone con cui ho costruito il disco.
Fratelli prima che collaboratori. In fondo parla anche di questo: della vita condivisa.Ho la fortuna di essere figlio di chi quella canzone l’ha cantata prima di me, e questa cosa non è una responsabilità schiacciante, ma è un dato. Non avrei potuto scegliere altro. L’unica alternativa sarebbe stata un brano di Inoki, Bologna by Night, perché sono cresciuto anche con quel mondo fuori casa. Ma sarebbe stato un errore. La cosa più bella sarà cantarlo con i miei fratelli sul palco.
Come hai reagito quando hai saputo di essere in gara?
Ero in doccia. Un amico è entrato in bagno urlando che saremmo andati a Sanremo. È stato surreale.
Poi ho capito che, al di là dell’entusiasmo, questo palco è un’occasione per mettersi alla prova. “Uomo che cade” nasce da lì: dal bisogno di tentare, anche sapendo che si può cadere. Forse soprattutto per quello.
Con che stato d’animo ti avvicini al tuo primo Sanremo? È stata un’idea combattuta?
Ieri notte ho realizzato davvero che tra poco sarò su quel palco. Ho pensato di cantare con il batticuore che ho adesso. Ed è giusto così. È uno spark di vita.
Per anni ho rifiutato Sanremo come concetto. Venendo dal rap e da una famiglia legata a quel palco, sentivo il bisogno di tenermi distante. Poi ho fatto pace con l’idea che sia una cosa bellissima. E naturale.
La gara e la classifica ti mettono ansia?
Nessuno vuole sfigurare, tutti vogliono vincere. Ma esistono molti modi per vincere.
Ognuno deve fare la propria gara. Il risultato migliore arriva quando pensi a te stesso e non al giardino degli altri.Se inizi a pensare alla classifica, stai già guardando gli altri. Meglio evitarlo.
LA VERSIONE DELUXE
La nuova versione deluxe include, oltre alle tracce originali, il brano LA FRETTA e l’inedito UOMO CHE CADE, con cui sarà per la prima volta in gara alla 76ª edizione del Festival di Sanremo. NON GUARDARE + GIÙ sarà disponibile in formato CD, CD Autografato, vinile rosso marmorizzato e vinile rosso marmorizzato autografato.