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Intervista – GIO EVAN: tra live, spiritualità e comunità

GIOEVAN_2026.

Il 6 febbraio esce in digitale il disco live di GIO EVAN, “L’Affine Del Mondo Live”, registrato durante l’omonimo tour teatrale che lo scorso anno lo ha visto protagonista in venti tra i principali teatri italiani.

A giugno e luglio 2026, dopo un’esibizione a Londra a marzo, si svolgerà il suo spettacolo estivo — musicale, comico e spirituale — dal titolo “Extra Terreste”.

Dopo il grande successo dello scorso anno, il 25 e il 26 luglio torna alla Rocca Maggiore e in tutta la città di Assisi (Perugia) la quinta edizione di “Evanland”, il festival internazionale del mondo interiore ideato da Gio Evan e dal suo manager Bruce Labbruzzo. Sono già annunciati come ospiti Cisco e gli ex Modena City Ramblers (25 luglio) e Valerio Lundini con I Vazzanicchi (26 luglio). Ospite del 25 luglio sarà anche Montoya il dj colombiano.

Tutto questo è molto, per un personaggio schivo, volutamente alla ricerca della solitudine, amante della spiritualità in chiave transreligiosa, attratto dallo sciamanesimo e attento osservante di stili di vita alternativi, sempre alla ricerca del contatto con la natura “che abbiamo perso da tempo”.

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La sua filosofia di vita e le sue idee Gio Evan le porta nei suoi spettacoli dal vivo, fatti di musica e molte parole con cui esprime concetti affascinanti che conquistano il pubblico.Speaker portatili

Gio Evan è un artista — anche se non ama definirsi tale — che va oltre all’essere cantautore, è infatti poeta e scrittore, autore di numerosi libri. L’ultimo dei quali, il romanzo “La gioia è un duro lavoro” (ispirato al concetto e alla sua visione della morte), verrà pubblicato da Feltrinelli il prossimo 31 marzo.

L’INTERVISTA 

Gio Evan, in partenza per il deserto del Messico, ci ha raccontato dei suoi progetti e della sua attività in un’intervista.

Cos’è “Evanland”?

È una visione da beat generation. A chi frequenta la meraviglia, al contrario dei “cattivi”, manca la capacità d’incontro, di comunione, di organizzazione. Questa osservazione ha fatto nascere l’idea di ‘Evanland’, un festival dedicato all’interiorità per il quale qualcuno ha coniato il termine ‘raduno dei buoni’, idea che faccio sicuramente mia. Chi è presente al festival risponde a una chiamata profonda, spirituale e curiosa. Sono 48 ore di ‘insieme’ in cui non ci disuniamo ma ci uniamo con workshop ed esercizi, mischiando sciamanesimo, energie e meditazione. C’è molto gioco, che è una parte della spiritualità. Le ultime edizioni hanno visto 6000 presenze: si è creata una comunità che sta insieme. È un nutrimento, un’attenzione verso l’altro, e non la promozione di una finta felicità. Non c’è forzatura per raggiungere la felicità: è gioia spontanea.

Praticamente come si svolge?

Le porte del festival aprono alle 16 con un benvenuto da parte mia, accompagnato da un firmacopie perché ‘Evanland’ coincide spesso con una mia uscita, discografica o libraria. Poi si susseguono workshop di meditazione trascendentale e yoga, pratiche, esercizi e giochi. Alle 20, con un carico energetico molto alto, partono i concerti.

Perché i tuoi concerti uniscono musica e parole?

Ragionando da fruitore, un concerto ‘classico’ è troppo dispendioso se il contenuto è solo musica: solo per quella non mi muovo, non spendo energie per cercare parcheggio, cambiare orari o altre cose richieste. Voglio piuttosto far parte di una manifestazione vitale. Questo pensiero da ‘cliente’ lo trasferisco nella mia veste di artista, offrendo un’esperienza completa a chi viene a vedermi.

Questo è un concetto molto “alto” e “nobile” tuttavia sei arrivato anche a Sanremo (2021), un ambiente diverso…
Ogni palco è un’occasione imperdibile, è un luogo sacro al servizio della musica. Il palco è la casa dell’artista e non c’è differenza tra uno sfarzoso o mediatico: l’importante è che io vada sul palco dicendo cose che mi appartengono. Così fu con ‘Arnica’.

Oltre a essere “la casa dell’artista” cos’è il palco per te?

Mi piace perché è il luogo dove vengo catalizzato: offro il corpo ad altre energie affinché le cose vengano dette. Mi metto al servizio del palco; vedo il teatro come un luogo sacro, con tanta parola, tanta attenzione e ragionamento. Non è sempre spontaneo: ogni parola è catalogata, scavata. Sul palco non sono più io: do a noleggio il mio corpo; chi lo usa viene da una parte benevola della vita e dell’universo.

Il tuo “bouquet” di spettacoli è diviso tra teatro e open air estivi. C’è differenza tra i due mondi?

Sono due percorsi diversi, quasi bipolari. Il teatro è il momento serio, dove non è necessario scherzare: tutto è compresso, funzionale allo spettacolo e alla sua filosofia. A teatro c’è la messa, un salmo: tutto è concentrato e non ci devono essere distrazioni. D’estate, invece, c’è caldo, la gente è in piedi, magari con un cocktail in mano, e allora alleggeriamo: la parte teatrale diventa più vicina alla stand up comedy, racconto le mie figuracce, le mie disgrazie, quanto sia sfigato, pur cercando insegnamento nelle mie tragedie. Spesso cambia anche la scelta delle canzoni: ci sono quelle ‘estive’ e quelle ‘teatrali’.

È difficile dosare parola e musica?

È difficile: penso, dico e scrivo troppo. I miei monologhi sono intensi e richiedono attenzione; temo sempre di appesantire e ho il timore di disturbare chi mi ascolta.

Hai fatto parecchi spettacoli all’estero. Per uno che ha investito sulla parola e ne fa l’elemento centrale è curioso. Come superi le barriere linguistiche?

È complicato. Appena salgo sul palco cerco subito di capire dove sono gli italiani e di colpirli immediatamente e rivolgermi a loro. Anche durante i concerti all’estero parlo molto perché mi piace il pensiero, ma in quelle occasioni affido molto anche alla musica e alla band: la musica deve contenere il campo emotivo che le parole portano.

La tua attività è accompagnata da numeri importanti, tra spettatori, lettori, ascolti online. Come spieghi questo fenomeno?

I numeri non me li spiego. Non penso di essere così interessante da meritare tale attenzione, anche perché a me piace stare ai margini. Sono innamorato di ciò che faccio e di condividerlo: se non scrivessi o non facessi musica mi ammalerei, ma non lo faccio certo guardando i risultati. Mi stupisce sapere che ogni anno a ‘Evanland’ ci sono persone pronte a piangere, che hanno storie pazzesche; è un luogo dove mi sento protetto e contento. Al di fuori non mi sento protetto e vedere queste persone mi rende felice, perché è un fare a metà della mia solitudine.

Il prossimo spettacolo estivo si chiama “Extra Terreste”. Per uno che gioca con le parole come te presumo non sia un titolo casuale. Ce lo spieghi?

‘Terreste’ arriva dal verbo ‘tenere’. Racconta il concetto del superfluo, delle cose ‘extra’ che stiamo tenendo, e questo stato mi sta stancando. Mi manca anche l’esperienza dell’ignoranza innocente: oggi, quando non conosci qualcosa, basta cercarla in rete e la sai subito. Abbiamo accumulato il superfluo che non ci serve; dobbiamo investire nel trasparente e nel vuoto, astenendoci dall’acquistare il nulla. Quante cose abbiamo che non ci servono e che ci riempiono?

IL TOUR 

EVANLAND5_QUADRATO-

– 20 giugno a Villa Ada di Roma (Villa Ada Festival)
– 25 giugno al Magnolia di Milano
– 2 luglio al Parco delle Caserme Rosse di Bologna (Bonsai)
– 4 luglio al Castello di Villafranca di Verona (Villafranca Festival 2026)
– 5 luglio al Parco della Certosa di Collegno (TO) (Flowers Festival)

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WEB & SOCIAL 

@gio_evan
www.gioevan.it

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