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365 brani, zero algoritmo: una canzone al giorno che accompagnerà tutto il 2026

Nel 2026 Newsic apre una parentesi quotidiana sul tempo: una canzone al giorno, senza l’ansia della novità e senza il culto sterile del revival.

Un gesto minimo, reiterato, che diventa narrazione. La playlist cresce come un diario sonoro in progress, dove i brani – vecchi e nuovi, celebri o laterali – non rispondono a logiche algoritmiche ma a una sensibilità critica, emotiva, storica.

Non è una selezione “motivazionale” né una raccolta nostalgica. È un flusso. Un attraversamento della musica come linguaggio che resiste, muta, si stratifica. Ogni inserimento dialoga con ciò che lo precede e con ciò che verrà, creando cortocircuiti temporali, affinità elettive, frizioni necessarie. Canzoni che hanno inciso un’epoca e altre che stanno ancora cercando la propria forma, ma che condividono una tensione: dire qualcosa che resti.

Questa playlist quotidiana è un esercizio di ascolto lento in un ecosistema iperaccelerato. Un invito a rimettere il brano – non il trend, non il format – al centro. A considerare la musica come flusso continuo, non come consumo istantaneo. Nel rumore costante delle uscite, Newsic sceglie la persistenza: 365 canzoni, un anno di ascolti, una mappa emotiva e culturale che si costruisce giorno dopo giorno. Senza gerarchie, ma con memoria.

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LA PLAYLIST 

GIORNO PER GIORNO 

20 FEBBRAIO 

Mellow My Mind (1989) è Simply Red che attraversano con velluto soul: malinconia controllata, fraseggio caldo, vulnerabilità adulta. Una cover che leviga l’inquietudine senza spegnerla.

19 FEBBRAIO 

American Obituary (2026) è attivismo, è politica, è una presa di posizione, è necessità visto i tempi in cui stiamo vivendo. Ci voleva! 

18 FEBBRAIO 

Les Fleurs (2001) dei 4hero è soul orchestrale che guarda al futuro: archi cinematografici, battito broken beat, spiritualità espansa. Una cover che non imita, ma rifonda.

17 FEBBRAIO 

Bittersweet (2020) è Lianne La Havas in stato di sospensione: soul obliquo, chitarre liquide, vulnerabilità trattenuta. Un equilibrio instabile tra desiderio e autodifesa, sussurrato con eleganza.

16 FEBBRAIO 

Perché No (1976) è Lucio Battisti nel suo momento più scattante: funk mediterraneo, ironia sentimentale, leggerezza solo apparente. Una canzone che danza mentre mette in discussione l’idea stessa di coppia.

15 FEBBRAIO 

14 FEBBRAIO 

Love Song (1989) dei The Cure è devozione senza ornamenti: linea di basso ipnotica, promessa assoluta, vulnerabilità dichiarata. Per San Valentino, l’amore come scelta ostinata, non zucchero.

13 FEBBRAIO 

This Is What You Are (2004) è Mario Biondi in purezza: soul vellutato, orchestrazione elegante, voce baritonale che seduce senza forzare. Un biglietto da visita impeccabile.

12 FEBBRAIO 

Can You Do It (1977) di Charles X è funk nervoso e diretto: basso elastico, tensione erotica, attitudine da dancefloor militante. Un brano che chiede ritmo e restituisce carattere.

11 FEBBRAIO 

Toxic (2003) è Britney Spears al culmine dell’alchimia pop: archi taglienti, beat ipnotico, erotismo controllato. Una hit che suona pericolosa e resta impeccabile.

10 FEBBRAIO 

Promised You a Miracle (1982) è il momento in cui i Simple Minds fondono nervo post-punk e ambizione pop: ritmo serrato, tensione urbana, visione già da stadio. Un passaggio decisivo.

09 FEBBRAIO 

Poison (1990) dei Bell Biv DeVoe è new jack swing allo stato puro: groove tossico, seduzione e paranoia urbana. R&B che avverte e seduce insieme, ancora micidiale.

08 FEBBRAIO 

Les Fleurs (1970) è Minnie Riperton che trasforma il soul in visione mistica: voce celestiale, orchestrazione psichedelica, spiritualità laica. Un’esplosione luminosa che apre al possibile.

07 FEBBRAIO

Touch the Sky (2005) è Kanye West nel momento dell’ascesa: soul campionato, ambizione sfacciata, autobiografia come manifesto. Un inno all’eccesso che suona ancora come una promessa mantenuta.

06 FEBBRAIO 

Fantasia Italiana (2026) è Dardust che sublima l’identità in paesaggio sonoro: neoclassica, elettronica e memoria collettiva. Un viaggio estetico che evita l’enfasi e cerca profondità. Olimpico! 

05 FEBBRAIO 

The Time Is Now (2000) è l’euforia lucida dei Moloko: house sensuale, archi lussureggianti, desiderio che diventa urgenza. Un invito al presente che non perde grazia né slancio.

04 FEBBRAIO 

The Seed (2.0) (2002) dei The Roots è hip hop organico e incendiario: groove vivo, falsetto soul, lirica carnale. Una jam che unisce corpo, parola e politica senza perdere calore.

03 FEBBRAIO 

Easier Said Than Done (1982) degli Shakatak è jazz-funk levigato e malinconia soft focus: groove elegante, pop sofisticato, edonismo gentile. Colonna sonora di un benessere già nostalgico.

02 FEBBRAIO 

Baile Inolvidable (2025) è Bad Bunny che rallenta il reggaetón fino a farlo sanguinare: malinconia tropicale, memoria affettiva, corpo e cuore in disallineamento. Un ballo che non consola. E poi Bad è Ice out !!! 

01 FEBBRAIO 

I Can’t Go for That (No Can Do) (1981) è Hall & Oates al massimo della sottrazione: groove minimale, soul sintetico, ambiguità morale. Un pop perfetto che dice “no” senza alzare la voce.

31 GENNAIO 

Don’t Believe the Hype (1988) dei Public Enemy è pietra scolpita dell’hip hop. Beat granitico, paranoia mediatica, retorica militante. Un manuale di autodifesa culturale travestito da singolo. Master! 

30 GENNAIO 

Streets of Minneapolis (2026) è Springsteen che torna al presente: cronaca urbana, empatia civile, scrittura scarna. Una ballata adulta che osserva l’America senza slogan, solo ferite aperte. Meno male che esiste il Boss ! 

29 GENNAIO 

Song 2 (1997) è l’esplosione controllata dei Blur: due minuti di rumore pop, ironia grunge e adrenalina brit. Un falso inno da stadio che prende in giro il rock mentre lo incendia.

28 GENNAIO 

Notte che se ne va (1981) è Pino Daniele nel suo crepuscolo più intimo: blues mediterraneo, malinconia urbana, poesia in levare. La notte diventa lingua dell’anima, senza retorica.

27 GENNAIO 

West End Girls (1984) è l’urbanità fredda dei Pet Shop Boys: synth pop colto, paranoia di classe, romanticismo disincantato. Una cartolina notturna che ha definito un’epoca.

26 GENNAIO 

You Rock My World (2001) è Michael Jackson che aggiorna il proprio mito: groove setoso, sensualità controllata, eco soul-funk classica. Un ritorno elegante, più maturo che esplosivo. Diventato un must su Tik Tok. 

25 GENNAIO 

You Get What You Give (1998) dei New Radicals è pop idealista e rabbioso: melodia solare, lirica antagonista, spirito post-grunge travestito da hit. Un inno generazionale più politico di quanto sembri.

24 GENNAIO 

Les Nuits (1999) è l’eleganza notturna dei Nightmares on Wax: downtempo sensuale, groove morbido e malinconia urbana. Un classico silenzioso che trasforma la notte in stato mentale.

23 GENNAIO 

Opening Night (2026) è il crooner lunare degli Arctic Monkeys: lounge futurista, ironia obliqua, romanticismo disallineato. Alex Turner canta il disincanto come fosse cinema d’autore.

22 GENNAIO 

Boys Don’t Cry (1979) dei The Cure supera il miliardo di streaming e conquista anche TikTok. Il singolo che ha definito un’estetica emotiva torna in edizione limitata: pop fragile, eterno.

21 GENNAIO 

Body Movin’ (1998) dei Beastie Boys, remixato da Fatboy Slim, è un cocktail di hip hop e big beat: ritmo irriverente, campionamenti gioiosi e humour dissacrante. Ballare diventa un atto di pura anarchia sonora.

20 GENNAIO 

Ci Penserò Domani (1982) è il lato più introverso dei Pooh: pop melodico e inquietudine domestica, tra rinuncia e sospensione. Una canzone che scava nel non detto, lontana dall’enfasi.

19 GENNAIO 

Blue Monday (1983) dei New Order è la depressione che diventa macchina da ballo: elettronica glaciale, battito ossessivo, alienazione pop. Nel giorno del Blue Monday, resta un inno lucidissimo al disagio.

18 GENNAIO 

Senza Fine (1961) è Ornella Vanoni che trasforma la canzone italiana in tempo sospeso: sensualità trattenuta, eleganza notturna, desiderio senza risoluzione. Un classico che non invecchia.

17 GENNAIO 

Long Way Back (2022) è la sintesi perfetta degli Young Gun Silver Fox: yacht soul impeccabile, nostalgia adulta e scrittura levigata. Un ritorno consapevole, più interiore che geografico. Da sabato sera di relax! 

16 GENNAIO 

Come Prima (1957) è il manifesto sentimentale di Tony Dallara: enfasi melodica, voce che spinge il pop italiano verso una modernità emotiva. Un ricordo con uno dei suo brani più famosi . 

15 GENNAIO 

It’s Probably Me (1992) è un patto tra Sting ed Eric Clapton: blues urbano, crepuscolare, dove l’amicizia diventa rifugio morale. Un dialogo adulto, senza retorica, di rara misura.

14 GENNAIO 

I Shot the Sheriff (1973) è Marley che trasforma il reggae in atto politico: groove solare, testo incendiario, giustizia contro autorità corrotta. Canzone-manifesto, universale e ancora scomoda sempre necessaria soprattutto in questi tempi. 

13 GENNAIO 

Let Me Go (1982) è l’eleganza sintetica degli Heaven 17: funk elettronico, alienazione urbana e desiderio trattenuto. Pop politico che balla sul disagio, lucidissimo e ancora attuale.

12 GENNAIO 

We Can’t Hide It Anymore (1975) è il soul pop di Larry Santos nella sua forma più sincera: malinconia adulta, scrittura elegante, pathos sommesso. Un gioiello dimenticato che parla piano ma colpisce a fondo.

11 GENNAIO 

When Doves Cry è Prince che smonta il pop dall’interno: niente basso, erotismo nervoso, funk spoglio e visionario. Un azzardo radicale che nel 1984 riscrive le regole del desiderio.

10 GENNAIO 

Nel decennale della morte, riaffiora When I Live My Dream (1967): pop barocco e innocente, l’albore del genio Bowie. Una promessa fragile che già prefigura metamorfosi e visione.

09 GENNAIO 

Jill Scott torna con Pressha e riafferma controllo e visione: soul jazz elastico, fiati vivi e pressioni emotive che diventano critica sociale. Un ritorno caldo, maturo, senza nostalgia. Non potevamo non inserirla nel listone! 

08 GENNAIO 

Oggi David Bowie avrebbe compiuto 79 anni: un anniversario che riecheggia dieci anni dalla sua scomparsa. Tra Ziggy Stardust e l’ultimo Blackstar, il suo corpo di lavoro resta un faro instabile, trasgressivo e immortale.

07 GENNAIO 

“My Ever Changing Moods” (1984) è il manifesto della mutabilità secondo Weller: soul bianco, pop sofisticato e inquietudine borghese. Gli Style Council firmano un’eleganza nervosa, lucida, già politicamente stanca.

06 GENNAIO 

“E la luna bussò” (1979) è il punto in cui la Bertè smette di inseguire il pop e lo piega: funk-reggae nervoso, pieno di malinconia, carnale, corpo e notte. Una hit che pulsa ancora, indomabile.

05 GENNAIO 

Pubblicata nel 1983, “Walk Out to Winter” è l’educazione sentimentale del pop: Roddy Frame scrive come chi sa che la delicatezza può essere un atto radicale. Chitarre cristalline, malinconia luminosa, un’intimità che non implora ma invita. Pop senza età in pieno inverno! 

04 GENNAIO 

 “Gennaio 2016” è l’ultimo regalo del canzoniere di Zampaglione: ballata sobria, cantautorale, che racconta la resistenza più che la salvezza. Il pianoforte di Andrea Pesce accompagna senza invadere, lasciando spazio a una scrittura adulta, consapevole.

03 GENNAIO 

Uscita nel 1982, “Save a Prayer” attraversa il synth-pop dei Duran Duran con malinconia sottile: romanticismo sospeso, atmosfere notturne e una tensione emotiva che resta impressa.

02 GENNAIO 

“Cosa sarà” (1979) di Lucio Dalla con Ron e De Gregori è un viaggio sospeso tra speranza e malinconia: melodie aperte e parole interrogative disegnano un destino incerto ma intenso, poetico e senza tempo. Cosa sarà questo 2026???

01 GENNAIO 

“Disco Hi Life” di Orlando Julius (1979) risplende anche nel 2026: afrobeat elegante e irresistibile, ritmi solari che avvolgono, melodie tra funk e soul, e una gioia che ti costringe a muovere i piedi. Come non iniziare meglio l’anno!!! 

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