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Un LITO qualunque batte il record di ROBBIE WILLIAMS: perché l’Italia ha smesso di ascoltare la musica internazionale?

Lito-Robbie-Williams

L’Italia discografica si è fatta fortino. Un fortino, però, di cartapesta. Siamo passati, nel giro di pochi anni, dall’esterofilia quasi compulsiva a una forma di totalitarismo italico che non ammette deviazioni.

Non è soltanto un dato statistico (gli album di artisti italiani hanno costituito circa l’85 % della Top 100 2025 complessiva, inclusi ascolti streaming, vendite fisiche e digitali) è il sintomo di una degenerazione culturale che sta lentamente atrofizzando l’orecchio e con esso la curiosità musicale del Paese.

Il caso Robbie Williams di questa settimana, in questo senso, suona come un requiem definitivo per l’internazionalismo delle nostre classifiche.

Mentre oltremanica Williams riscrive la storia “BritPop” lo consacra come l’artista solista con il maggior numero di album al primo posto nella storia del Regno Unito, in Italia il suo rientro si consuma come un sussurro nel vuoto: una mesta sessantanovesima posizione che sa di prepensionamento simbolico, più che di reale disinteresse.

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Sia chiaro, per onestà intellettuale:“BritPopnon è un capolavoro. È un’operazione decorosa, un “come eravamo” che Robbie gioca con la solita sorniona attitudine da guitto di lusso. Non avrebbe mai scalato la vetta della chart italiana nemmeno in un’annata di magra (anche se in passato agli inizi del 2000 l’ha raggiunta un paio di volte).
Ma il punto non è la mancata gloria di Williams; è il valore del “rumore” che lo circonda.

Mentre l’ex Take That affonda, la classifica viene letteralmente sequestrata dalla corazzata Geolier. Con l’uscita di Tutto è possibile, il rapper napoletano non si è limitato a debuttare al primo posto: ha instaurato una dittatura dello streaming, occupando interamente la Top 10 dei singoli e piazzando ogni singola traccia del disco ai vertici.

Il punto, dunque, non è la numero uno di Geolier. Anzi. La sua egemonia in classifica è perfettamente spiegabile e in larga parte legittima. “Tutto è possibile” è un progetto coerente, intercetta un pubblico vastissimo e utilizza con lucidità le dinamiche dello streaming contemporaneo. Il monopolio delle classifiche non è un’anomalia: è il risultato fisiologico di un artista che oggi rappresenta un centro di gravità culturale e commerciale. Contestarlo significherebbe non capire il presente.

Il vero cortocircuito della classifica italiana si consuma altrove, in una zona apparentemente marginale ma rivelatrice. Non al vertice, bensì nella frizione tra la sessantunesima e la sessantanovesima posizione. È lì che la chart si tradisce.

Otto gradini sopra Robbie Williams, debutta un certo Lito con il suo primo disco “La trap non muore mai”. Non è una questione di notorietà, né di nostalgia: è uno scarto di senso. Da una parte un artigiano del pop globale, capace di attraversare tre decenni di industria senza diventare una caricatura di sé stesso; dall’altra un’iterazione seriale di un genere che ha smesso da tempo di essere linguaggio di rottura per trasformarsi in grammatica obbligatoria.

Il paradosso della classifica italiana si allarga se guardiamo ai formati fisici. Qui le cose vanno un po’ meglio per il nostro fido Robbie, che riesce a posizionarsi alla numero cinque, dimostrando che la presenza storica e la fedeltà dei fan contano ancora qualcosa.

Tuttavia, anche in questo ambito il vertice resta occupato da Geolier, primo indiscusso, e sorprendentemente da un neo-melodico improbabile, Tony Colombo, con il suo disco “Predestinato” è davanti a Robbie alla numero due. Per la cronaca Lito nella classifica dei fisici si porta a casa un di tutto rispetto tredicesimo posto!

Una classifica sana dovrebbe essere capace di reggere entrambe le tensioni: l’urgenza del presente e la persistenza dello standard. L’Italia, invece, sembra aver rinunciato a quest’ultimo. Non respinge l’artista internazionale perché non lo ama, ma perché non lo riconosce più come parametro. E quando il parametro scompare, tutto diventa equivalente.

In questo scenario, Geolier non è il problema ma il sintomo più evidente di un sistema che ha imparato a massimizzare l’attenzione interna senza più misurarsi con l’esterno. Il suo dominio racconta una filiera che funziona perfettamente al proprio interno; il confronto Lito–Williams, invece, racconta un Paese che ha smesso di usare la musica globale come metro di giudizio.

Ed è qui che il digitale, anziché aprire orizzonti, ha costruito barriere invisibili. Abbiamo abbattuto i confini fisici per erigere quelli mentali. Così la classifica italiana non diventa lo specchio del mondo, ma una stanza chiusa a chiave: rumorosa, autoreferenziale, convinta di essere centrale solo perché non sente più nulla al di fuori delle proprie pareti.

Per capire la portata di questa chiusura basta guardare indietro. Tra gli anni ’80 e i primi Duemila, la Top 10 italiana era il campo di battaglia dei titani. Era il Paese che portava in vetta Like a Virgin di Madonna o Bad di Michael Jackson, capace di assimilare la grande musica internazionale e trasformarla in fenomeno di massa. L’artista straniero era il termine di paragone: misurarsi con i Pink Floyd o gli U2 non era complesso di inferiorità, ma garanzia di legittimità.

Oggi, quell’apertura è stata sostituita da un’autarchia claustrofobica. Le cause sono molteplici e intrecciate:

Lo streaming e i social crea bolle autoreferenziali che premiano la ridondanza. Il pubblico italiano si è assuefatto a una dieta di ascolti dozzinali: produzioni fotocopia che non richiedono sforzo interpretativo spesso generate a tavolino tra algoritmi e Ai.

L’erosione dello standard. Se il metro di giudizio diventa la sopravvivenza di un Lito rispetto alla storia di Williams, la qualità della scrittura e lo stile musicale perde rilevanza a favore della prossimità linguistica e identitaria.

Ignorare la scena globale non è orgoglio nazionale: è rinuncia implicita al confronto con standard produttivi che oggi sembrano irraggiungibili per la media della classifica.

E così mentre Geolier domina legittimamente, Lito supera Williams, e il Paese, al di là di ogni considerazione di gusto, racconta di aver smesso di essere un ponte verso il mondo per trasformarsi in un’isola che si autocelebra, incapace di riconoscere e soprattutto di ascoltare anche la tanta musica di qualità che arriva dall’esterno.

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