A dieci anni dalla scomparsa di David Bowie e dal sua “The Final Act” di “Blackstar”, commemorare Bowie non significa compilare un necrologio, ma mappare il DNA di tutto ciò che oggi definiamo “rilevante”.
Bowie non è stato un musicista nel senso accademico e stantio del termine, quanto un reagente chimico applicato alla cultura di massa. Bowie ha insegnato alle generazioni successive che l’identità è la base dello sviluppo artistico, creativi.
La sua musica è stata un costante sabotaggio del banale. Bowie iniettava il kabuki, il soul plastico, l’elettronica berlinese e il jazz d’avanguardia in un sistema che non sapeva di averne bisogno. È questa la sua autorevolezza: non aver mai cercato il consenso, ma averlo plasmato a propria immagine.
Bowie rappresenta l’anomalia necessaria: il punto in cui la logica del sistema incontra l’imprevedibilità del genio. È la citabilità assoluta perché ogni suo verso è un aforisma visivo. Non ci ha lasciato una discografia, ci ha lasciato un manuale d’istruzioni su come sopravvivere al futuro rimanendo, perennemente, l’individuo che guarda la Terra da una distanza siderale.
Bowie non appartiene alla storia della musica; Bowie è la sintassi attraverso cui la musica continua a scriversi. Dieci anni dopo, il vuoto che ha lasciato non è un silenzio, ma un’eco che continua a generare nuovi mondi.
SU RUMORE
Per celebrare il Duca Bianco, in occasione dell’anniversario della sua nascita (8 gennaio 1947) e della sua scomparsa (10 gennaio 2016), la rivista Rumore ha dedicato la cover del numero di gennaio.
Il servizio di copertina ci racconta David Bowie a 10 anni esatti della sua scomparsa, una ricorrenza che cade insieme al cinquantennale (ancora una volta esatto) di un album, “Station To Station”, che ha rappresentato per il suo autore una serie di snodi decisivi.
Oltre a una intervista del 1987 firmata Kurt Loder (tratta dal recente volume de Il Saggiatore E L’Artista parlò Alla Rockstar, recensito nelle stesse pagine insieme ad altri due libri che trattano del Nostro), trovate l’intervista di Letizia Bognanni a Earl Slick, chitarrista tra i protagonisti delle session di Station To Station e collaboratore di Bowie anche in seguito, e un reportage di Stefania Ianne sul nuovo avveniristico spazio museale dedicato all’artista britannico, il David Bowie Centre presso il V&A East Storehouse di Londra.

LA PLAYLIST
Questa non è una semplice antologia di successi, ma una mappatura genetica dell’irrequietezza. Abbiamo assemblato 50 brani brani non per celebrare il passato, ma per documentare il futuro che Bowie aveva già previsto. Dalle distorsioni glam alla rarefazione sintetica di Berlino, ogni traccia è un tassello di un’egemonia culturale che non accetta repliche. Ascoltare questa sequenza significa esporsi a una radiazione sonora che ha mutato irreversibilmente il concetto di pop: un’esperienza di decodifica del genio necessaria per chiunque non voglia limitarsi a consumare musica, ma pretenda di abitarla.
IL LIBRO
Venerdì 9 gennaio 2026 esce per Hoepli la biografia “David Bowie. Oltre lo spazio e il tempo” di Paul Morley, uno dei biografi più autorevoli del mondo musicale britannico, giornalista di NME, autore anche del volume di successo “The Age of Bowie”.
La versione italiana, curata da Ezio Guaitamacchi, con la traduzione di Leonardo Follieri, è accompagnata da una prefazione scritta a quattro mani di Manuel Agnelli e Paolo Fresu.
Non una semplice biografia, ma un viaggio a struttura tematica dentro l’universo di un artista che ha riscritto le regole della musica, dell’arte e dell’identità. Dalla Londra ribollente degli anni ’60 alla Berlino sperimentale, dalla nascita di Ziggy Stardust al mistero del Duca Bianco, fino all’ultimo saluto cosmico di Blackstar: ogni tappa rivela un Bowie diverso, sempre un passo avanti al proprio tempo.
Il libro è organizzato in capitoli che riflettono la natura duale dell’artista (“Fantasia e realtà”, “Sopravvivenza ed esistenza”, “Arte e morte”, “Est e Ovest”, “Caso e ordine”, ecc.). Morley delinea il paesaggio culturale e sociale in cui Bowie si muove, ne racconta gi incontri, le ispirazioni, i timori, anche attraverso estratti di interviste e analisi di performance e collaborazioni, costruendo una sorta di “playlist” esistenziale, che va oltre le sue hit e mostra come l’artista abbia saputo anticipare estetiche e paure del XXI secolo.
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