“La leggenda di Cristalda e Pizzomunno” è tra i pezzi migliori di questo Festival. E lo è anche Max Gazzè, di una gentilezza e ironia disarmanti. In cuffia i suoi pezzi migliori e di corsa verso l’Hotel de Paris.

Sketch vari, racconti di vita quotidiana, risate e sorrisi. L’incontro con Max Gazzè si potrebbe riassumere così. Da Sanremo parte il suo progetto più innovativo, “Alchemaya”. Si tratta di un’opera originale il cui libretto è scritto insieme al fratello Francesco. Suonato con la Bohemian Symphony Orchestra di Praga diretta dal Maestro Clemente Ferrari, il concerto è articolato in due parti: nella prima Max e Francesco fondono gli approfondimenti esoterici condotti da Max negli ultimi 20 anni; la seconda parte propone, invece, brani storici di Max riarrrangiati in chiave “sintonica”, un neologismo da lui inventato per definire l’integrazione tra strumenti sinfonici e sintetizzatori. Naturalmente in “Alchemaya” compare anche il brano di questo Sanremom “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”, leggenda pugliese che racconta una storia d’amore e di fedeltà, tra mare e sponda.

Fondamentale in questo disco è stato tuo fratello Francesco. Raccontami del tuo rapporto artistico con lui.
La collaborazione con mio fratello dura ormai da vent’anni, anche più. Io ho cominciato a fare dischi musicando delle sue poesie. Col passare del tempo la mia interazione nei testi si è ridotta sempre di più fino ad arrivare a un punto in cui sono tornato a fare quello che facevo prima: fare delle ricerche soprattutto riguardanti le ambientazioni, musicare poi le sue cose, i suoi versi perchè è di questo che parliamo, di rime, di poesie. Quando Francesco scrive un testo, per lui è gia musica, mio fratello è davvero un poeta. Chissà se un giorno lo studieranno sui libri di scuola!

“La leggenda di Cristalda e Pizzomunno”, una leggenda pugliese. Perché proprio questa storia? E poi è di ieri la notizia che Vieste, località sul Gargano dove si svolge la storia, ti ha conferito la cittadinanza onoraria…
È andata così: uno degli autori di questo brano è Francesco De Benedictis che ha raccontato la storia a mio fratello che a sua volta è stata riportata a me. Per cui è stato molto bello collaborare di nuovo tutti e tre, come è già successo per altri pezzi come “La vita com’è”, “Sotto casa”, “Ti sembra normale”… Sono poi molto felice del riconoscimento, sono fiero di raccontare a tutta l’Italia una storia così bella che appartiene alla tradizione culturale e popolare del Gargano.

Sarà che sono pugliese ma io ci ho sentito appartenenza e orgoglio e l’atmosfera che si respirava l’altra sera in sala stampa mi fa pensare che il mio sia un pensiero condiviso. Hai timore, però, che essendo il tuo un pezzo poco radiofonico possa non arrivare appieno alla gente forse anche perché è di non facile comprensione?
Non ho timore, è così, è poco radiofonico. E io penso che se ci si mette ad ascoltarlo con attenzione potrebbe anche farti emozionare.

È sicuramente un brano sui generis e a tratti lontano da altre canzoni che hai presentato a Sanremo. Mi viene in mente “I tuoi maledettissimi impegni” che, a mio parere, è una delle dichiarazioni d’amore moderne più belle degli ultimi anni. Parlano entrambe d’amore ma è tutta un’altra cosa.
Sì, certo. Come è diversa da “Sotto casa”, come è diversa da “Ti sembra normale”. Mi piace sperimentare, mi piace sperimentarmi, cercare cose che non conosco. Paradossalmente ho più paura delel cose che già conosco.

In bocca al lupo.
Crepi, caro.

Segue selfie con le labbra “a culo di gallina”.

 

 

 

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