Un monolocale, una chitarra, un block-notes e un ventilatore. Fuori dalla finestra, un’umida Milano deserta e bellissima: così il cantautore aquilano (e fuorimoda!) Pezzopane ha scritto il singolo “L’Estate”. E ora aspettiamo il disco…

 -Pezzopane, ti conosco da una vita e da una vita ti vedo dietro una chitarra, ma in silenzio e sempre accompagnato da bravi musicisti. Ora però sei solo, e canti pure! Come mai questa scelta?
Ciao cara, innanzitutto grazie per l’interesse! “Sono solo” perché così sono nate le mie canzoni: io da solo a casa con la mia chitarra. Dopo anni passati a suonare nelle band, ho deciso di provare a diventare grande e così ho trovato un po’ di coraggio, ci ho messo il nome, la faccia e la voce, ed eccomi qui. Che poi non è che io sia davvero solo: ho comunque dei buoni amici che suoneranno nelle registrazioni e nei live, mettendoci del loro. Ma le idee di base le ho avute ben chiare da subito, da solo.

-La voglia di “metterti in proprio” te l’ha data un po’ anche questa ondata di bravi e giovani cantautori italiani che a poco a poco si stanno ritagliando uno spazio di tutto rispetto?
Sicuramente vedere che un certo tipo di pubblico esisteva e cresceva, nel tempo, mi ha fatto venire il malsano pensiero che forse a qualcuno potesse anche piacere quello che stavo scrivendo e che avevo da cantare.

-Perchè ti dai del “cantautore fuorimoda”? Qual è la tua idea di cantautore alla moda, invece?
Eheh.. il cantautore alla moda è quello che detta lo stile, quello che diventa un “aggettivo”, che poi è il significato vero del successo, come disse un tizio che adesso non ricordo. Quello che va in televisione o a Sanremo, o che fa i talent per “avere visibilità”. Quello “bravo”.
Io non penso di avere queste qualità, non mi sento tra questi, quindi sono e rimango fuorimoda.

-Il tuo disco in preparazione si chiama “Storie da monolocale”. Che storie ci racconti? (e soprattutto, quando potremo ascoltarlo?)
Potrete ascoltarlo dopo l’estate: lo sto producendo in questi giorni e sto anche per mettere su una campagna di crowdfounding con Musicraiser per poterlo finanziare, così chiunque può riservarsi la sua copia (oltre a portarsi a casa delle ricompense davvero fiche) dandomi così una mano a coprire le spese della produzione.. tenete d’occhio la mia pagina facebook, a breve ci saranno aggiornamenti a riguardo.
Parlando del disco, “Storie da monolocale” è un concept album, non di quelli classici ma in senso “condominiale”: avendo vissuto a Milano per qualche anno in un monolocale ricavato dai locali di una ex-fabbrica degli inizi del ‘900, ho immaginato che ogni inquilino che mi abitava intorno, sopra e sotto (me compreso), potesse vivere e raccontare una piccola storia diversa, sempre nei confini di quelle quattro mura e in pochi metri quadri, a un passo da me. In fondo, i temi sono sempre gli stessi, quello che cambia è l’approccio ad essi in base a chi li narra ed al punto di vista, anche spaziale. Parlare d’amore al piano terra, converrai con me, è diverso dal farlo nel sottotetto.

-Nel tuo monolocale cosa c’è(ra)? Oltre alla chitarra, s’intende.
La risposta l’avrai ascoltando una canzone apposita, “Nel mio monolocale”. Lì ho scritto tutto ciò che c’è(ra), ma anche e soprattutto ciò che non c’è(ra). O che magari mi ero solo immaginato – o illuso – che potesse esserci.

Pezzopane

Pezzo

-Parliamo della canzone “L’Estate”, che fa da teaser al tuo disco. Com’è nato il pezzo? La ragazza del “piccolo particolare, qualche anno più di te” l’hai incontrata davvero?
“L’Estate” è il pezzo che, secondo chi mi conosce meglio, mi rappresenta di più e per questo l’ho scelta come primo singolo. Può sembrare banale ma l’ho scritta davvero in estate, che a Milano significa temperature africane, umidità tropicale e zanzare killer, ma anche una bellissima città mezza vuota da godersi dopo la prima pioggia rinfrescante. Tutte queste sensazioni agrodolci si sono shakerate per bene davanti all’onnipresente ventilatore e si sono casualmente materializzate nel mio block-notes.
Per quanto riguarda la ragazza di cui parlo, lei esiste e non esiste, e potrebbe anche non essere necessariamente una persona fisica: forse è l’estate stessa, con il suo carico di effimerità meteorologica e sentimentale.

-Hai vissuto a Milano per un po’, ora sei di nuovo a L’Aquila dove sei nato e cresciuto, e lì hai deciso di lavorare al disco. Perchè questa scelta di tornare alle origini?
Ho scelto di tornare a L’Aquila perché sentivo forte il bisogno di rivivere la mia città, anche e soprattutto nella sua odierna variante post-apocalittica. Qui la vita è assai diversa da qualsiasi città normale e non riesce mai ad annoiarmi. E’ tutto in divenire, c’è un tessuto sociale da ricostruire e l’arte, nelle sue varie forme e come in tutte le situazioni critiche, è fiorita come non mai. Sono sicuro che il dolore per quello che abbiamo vissuto e l’incertezza per il futuro, paradossalmente, ha stimolato la voglia di esprimersi di chi aveva dentro qualcosa da dire. E poi a volte basta guardarsi intorno, alzare lo sguardo verso le montagne che si colorano al tramonto per sentirsi meglio. Sono tornato per questo e per molto altro. Senza dimenticare che le persone davvero importanti della mia vita stanno quasi tutte qui. Poi avevo bisogno di tranquillità per poter lavorare sul disco ed ho anche (ri)trovato le persone giuste con cui farlo, musicisti vecchi e nuovi che stanno apportando le loro capacità alla produzione delle mie canzoni.

-C’entra con “Milano non è casa mia – ma sembra che lo sia – Milano è malattia” ?
Mi sono innamorato di Milano da piccolino. Per me rappresentava qualcosa di più di una città, era il posto dove credevo di poter realizzare i miei sogni, anche se non sapevo ancora quali fossero. E l’amore, si sa, è malattia, anche se riguarda una città. Milano mi ha adottato anni fa e mi ha dato tantissimo, sotto tutti i punti di vista, in primis per le amicizie e l’ispirazione. Per me è ancora una casa e questo amore ancora non passa, quindi mi è sembrato giusto dedicarle la canzone che hai citato, “Milano”, appunto.

-So che suoni in giro e hai scelto di farlo nei bar… Una dimensione intima, quasi “di paese”, no?
Suonare nei bar è straordinario. Le persone vanno lì per bere, e se finiscono per ascoltarti significa che quello che racconti ha un valore. Il bar-tour è la giusta dimensione per cantautori fuorimoda come me. E’ molto più difficile che suonare su un palco, dove si presuppone che il pubblico sia lì solo per te.

-Il video, invece, com’è nato?
Il video è un’idea del mio amico di sempre e videomaker Diego La Chioma, del collettivo “Hey Doc”: gente brava e capace. E’ girato interamente a casa mia, senza troppi fronzoli. Ci piaceva l’idea di parlare dell’estate, che inconsciamente ed oniricamente rimanda all’aria aperta, dentro le quattro mura del mio monolocale, tanto per ritornare all’idea del disco.

-Continui a partecipare a progetti corali tipo Dax e Gli Ultrasuoni?
Al momento ho interrotto qualsiasi attività con i gruppi con cui ho suonato per investire tutto sul mio disco. Ma vorrei cogliere l’occasione per ringraziare tutti i ragazzi che mi hanno sopportato in questi anni, so che non è stato facile!

-Dai, adesso dicci che musica parte quando entri nel monolocale e accendi lo stereo (o l’ipod, o il computer, o il giradischi o quello che è).
Domanda difficile. In verità non mi piace troppo mettere musica in diffusione solo per avere compagnia, preferisco ascolti mirati, ricercati e non canto mai sotto la doccia. Meglio il silenzio! Se proprio devo, mi butto sulla classica, che mi isola completamente dal mondo e mi fa viaggiare assai.

-Ci consigli tre dischi da ascoltare?
“Un Sabato Italiano” di Sergio Caputo, i Notturni di Chopin e la pagina Soundcloud di Noce Moscardi, che per me è il migliore cantautore fuorimoda al mondo.

 

 

https://www.facebook.com/pezzopanecantaesuona/

19 Giugno 2017

A proposito dell'autore

Post correlati