Suonare Francesco Motta.
Queste le indicazioni per l’intervista. Non la classica location, l’hotel di lusso o la casa discografica.  Una casa.
Un luogo intimo, dove fare due chiacchiere tra amici all’ora del tè (beh più o meno…).

“Fare dischi è difficilissimo” – esordisce Francesco – rigorosamente vestito di nero (cambia il nero dei vestiti cita in una sua canzoni).

Scrivere i testi delle canzoni per me è una impresa complicata. Per questo disco ho sentito una grossa responsabilità e parecchie aspettative. Per la musica è diverso. Mi viene più immediata. Mi piace scrivere senza trucchi e cose scontate. In questo disco ancora una volta mi sono raccontato – spiega Motta – Mi conosco meglio rispetto a due anni fa. Il processo di scrittura è iniziato dopo i 100 concerti del precedente disco. Con “La fine dei vent’anni” avevo raccontato un bivio della mia vita. Ora ho scelto la strada da seguire e ho narrato proprio questo. Sono contento del risultato. Ho scritto i testi. ho suonato le canzoni ed ho prodotto il disco. Sono soddisfatto del lavoro fatto. Ho cercato di scrivere di cose che non avevo mai toccato della mia vita. Mi sono sentito pronto per raccontarle”.

Nel salotto della sua casa temporanea Francesco prende anche la chitarra e suona. Ci racconta le sue storie.
“Sono fiero di invecchiare, di avere qualche capello bianco. – prosegue Motta – Invecchiare è una delle cose più belle per un artista, per un artigiano della musica come lo sono io. Invecchiare vuol dire avere voglia di cambiare sempre idea. C’è una sorta di parallelismo tra l’età che hai e quello che dici e scrivi. Nel primo disco c’era una sorta di ordinata confusione. Ci stava. E’ importante sentirsi bene dopo avere scritto una canzone. E’ come esorcizzare qualcosa. Ti fare stare meglio, ti rende felice”.

Per realizzare “Vivere o morire” Motta è volato a New York negli studi in cui dimorò Jimi Hendrix insieme all’ingegnere del suono Taketo Gohara che ha co-prodotto il disco. “Mi affascina l’uso del computer per fare musica e gli strumenti in genere. A New York nello studio che ho utilizzato ce ne erano tantissimi. Ho cercato di sperimentare tutto quello che potevo. Non ascolto tanta musica in questo periodo. La suono. Sento distrattamente un po’ di tutto ma quando voglio ascoltare qualcosa la mia scelta ricade sempre su “Rimmel” di Francesco De Gregori.  Il rap e il fenomeno trap ? Mi sento molto distante sotto il profilo lirico e musicale. Però questa distanza mi rende curioso e mi affascina cercare di capirla. Tra i rapper Salmo è quello che più mi piace per la sua forza narrativa”.

Questo è Motta e “Vivere e morire” il suo racconto, il suo mondo, le sue emozioni, il suo stato d’animo, vero, puro, senza filtri e trucchi.

 

 

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