Questa è una storia lunga quindici anni, forse anche di più. Inizia nel 2005 con Charlie che non voleva crescere, continua con un balzo indietro nel tempo ai primi anni del duemila con la povera Virginia e quello che non rideva mai della sua scuola, poi con la bellezza travolgente di tutti i pezzi con cui la generazione degli anni ‘80 – ‘90 ha avuto a che fare.

I Baustelle sono gli artisti musicali retrò più conosciuti del bel paese, cantano l’amore che è una cosa bella e banale ma assurda e complessa e con i loro testi questo contrasto lo trasmettono. Lo cantano e lo raccontano con storie che sono poesie del nostro tempo.

Il tour de “L’amore e la violenza, vol.2” segue quello del 2017 de “L’amore e la violenza”. Due dischi diversi in due anni, due tour diversi in due anni. E da Bianconi, Rachele e Claudio c’è da aspettarsi questo e altro. La risposta dei fan di Bologna è stata un sold-out all’Estragon, per una prima data (dopo quella delle prove generali a Senigallia) che ha regalato una scaletta variegata e magnifica con il giusto spazio lasciato ai pezzi del nuovo disco. E se il trio ha lasciato un po’ di amaro in bocca non cantando “Charlie fa surf”, il club bolognese è esploso con “Gomma” e “La canzone del riformatorio”, quella di Virginia, che, datata 2000, è quanto mai oggi di un’attualità spaventosa.

“Da sempre con me” ho scritto ieri sul mio Facebook condividendo una foto dell’apertura del concerto. Perché i Baustelle sono quel pezzo di musica che col tempo può cambiare come molti sostengono sia successo (in realtà io credo ci sia quasi un ritorno alle origini mixato però a un modo più diretto di trasmettere le canzoni), ma sono anche quelli di sempre, quelli con un’identità invidiabile ai più, quelli che la mia vita l’hanno srotolotata e messa sui dischi, quelli che cantano quell’ “amore che non muore mai, più lontano degli dei, a sapervelo spiegare, che filosofo sarei”.