Milano, anno 1999 in una sala prove si forma una band la stessa che nel 2003 sbarcherà su MTV con un videoclip in cui noti, oltre la pelliccia di Francesco Sarcina, il Naviglio meneghino anche un suono nuovo, rispetto a quanto veniva trasmesso in quel periodo.

Giulia divenne il nome gettonato per le quote rosa in nascita del periodo. Avevo diciannove anni. Dire quante canzoni io sappia delle Vibrazioni ancora a memoria è quasi impossibile, allora le annotavo sulla Smemoranda, insieme alle figurine di Del Piero. Compravo Beat Magazine, leggevo però anche Il Mucchio Selvaggio. Ascoltavo Le Vibrazioni ma anche i The Pogues. Siamo nel 2018 le Vibrazioni dopo un break di sei anni, tornano e torni anche tu cantando parecchie hit della loro discografia. E’ aprile 2018 e intervisti Marco, il bassista della band, e capisci che malgrado i progetti paralleli portati avanti in questi anni (dagli Octopus, a Francesco solista), quella cosa lì, “di cuore”, di Giulia, delle Scimmie, del Rainbow, non se n’è mai andata fino in fondo, era solo chiusa in un cassetto della memoria. Una scatola che va aperta a questo punto dei giochi.

Cosa ha portato alla reunion delle Vibrazioni?
In realtà va fatta una premessa. Io, Marco, ho lasciato la band nel 2007, dopo il terzo disco. Nel 2012 ci siamo ritrovati per fare un ultima tournee tutti insieme. Volevamo fare l’ultimo giro di date nella formazione originaria. La band non si è mai sciolta, è stata congelata. Abbiamo fatto cose completamente diverse per diversi anni. Ci incontravamo, perché siamo sempre rimasti amici. In questi anni di separazione abbiamo comunque suonato come Vibrazioni, ma per momenti e occasioni nostre, in situazioni famigliari. Ci siamo mai presi impegni fissi. L’anno scorso, però, Radio Italia ci ha invitato a fare il concertone per i 30 anni della radio, è una radio che ci ha sempre supportato. Abbiamo accolto l’idea, senza aver preso in realtà troppo coscienza della cosa. Ci siamo trovati e abbiamo riproposto tre brani del primo album. La cosa che ci ha stupiti è stata la grande reazione da parte del pubblico, su Vieni da me la risposta è stata incredibile. Cantavano tutti i giovani e i meno giovani. Ci ha sorpreso. Alle nostre origini eravamo una band che raccoglieva un pubblico giovanile. Eravamo abituati a quello. C’era anche il curioso degli anni settanta. Abbiamo lasciato una realtà che neanche noi immaginavamo. Scesi dal palco ci siamo detti che valeva la pena suonare insieme. Ci siamo sentiti benvoluti, abbiamo percepito che non era una cosa forzata. Ci siamo ritrovati in sala con la voglia di suonare i vecchi dischi inizialmente, ritrovi i suoni e le dinamiche umane tra di noi. E’ stato un lavoro impostato sul piacere di farlo. Ci ha contattato un manager, che stava seguendo nell’ultimo periodo Francesco. Ci è sembrata una persona di fiducia e in gamba. Da lì a poco è arrivata la proposta di Sanremo, per noi è stato un dover correre. Lavorare tutti i giorni otto ore. Non volevamo andare a Sanremo ed uscire con una compilation. Filosoficamente questa cosa non ci appartiene, volevamo un nuovo disco. Siamo i primi fan di noi stessi e sembrava un atto rispettoso verso noi in primis. Abbiamo bloccato i vari progetti in corsa. Ci siamo compattati, stare tante ore insieme ci ha permesso di vivere anche la dimensione famigliare insieme. Non era solo ritornare a lavorare insieme ma, piuttosto, vivere insieme.

Questa cosa si è percepita sul palco della kermesse. La coesione della band invece è rimasta intatta
Abbiamo ritrovato subito il clima di ricerca in sala prove, abbiamo ritrovato anche l’emozione di stare insieme. Tecnicamente l’affiatamento per noi è naturale. Non utilizzando basi, tutto quello che si sente durante un concerto, siamo noi quattro che lo stiamo suonando. E’ fondamentale quello che noi chiamiamo interplay, suonare ascoltando anche l’altro, il marchio di fabbrica degli anni settanta-ottanta. La ricerca di un proprio suono, è sempre stata la nostra consolazione ma anche il nostro modo di rilassarci.

Così sbagliato” è un’anomalia per Le Vibrazioni o no?
Così sbagliato”, è stato pensato scelto e lavorato nell’ottica sanremese. Ci è venuta voglia di fare un brano che proponesse di nuovo la band così com’è, con un forte impatto. Non ci interessava di classifiche e graduatorie. Tra tutti i collaboratori esterni, ci è capitato un provino di Luca Chiaravalli. C’era il primo spunto di Sbagliato. Per noi è stato stranissimo, perché non ci siamo mai appoggiati a qualcuno di esterno alla band per far nascere un nostro brano. La canzone era divertente, lo potevamo arrangiare con l’idea che avevamo. Abbiamo sperimentato, siamo più grandi e ci facciamo meno paranoie. Il resto dell’album “V” effettivamente è totalmente quello che ci andava di fare. Non abbiamo guardato l’anno, come si producono oggi i dischi o cosa oggi passa per radio, che tipo di rock è quello Italiano. Abbiamo voluto fare un disco come ci veniva, tirando anche un po’ la corda su certi brani, sperimentando parecchio. Abbiamo lavorato per sottrazione, cercando di rendere un suono asciutto. E’ stata la cosa più sana per cercare di allungare l’aspettativa di vita e averne una più longeva.

L’hai detto anche tu, V è un album che si pone in una dimensione differente rispetto al mercato discografico odierno. Siete rimasti coerenti con voi stessi.
Il nostro sound è quello. Gli spazi che siamo abituati a lasciarci sono rodati. Ognuno di noi sa dove andare, è come uno sport di squadra. Accade anche sulle ballad. Abbiamo talmente tanto lavorato insieme negli anni d’oro delle “Vibra” che gli automatismi sono quelli, però abbiamo creato un suono. Anche quando facciamo una cover, diventa molto personale. Non ci facciamo condizionare da quello che accade fuori, seppur ci interessi. Parliamo di trap in sala prove, ad esempio. C’è molto dibattito sul mondo esterno. Siamo molto affiatati quando suoniamo però discutiamo tanto su ciò che musicalmente individualmente ci piace. Per noi questo è un grande vantaggio. Ci impedisce di farci condizionare in modo onesto. Potrebbe esser anche considerato un limite.

C’è poca cultura in Italia della dimensione band. Cosa avete trovato oggi davanti a voi?
Negli anni novanta c’erano tante band, i locali erano pieni di musicisti. Ci si contaminava, si suonava in giro spostandosi con il furgone. Oggi, la ricerca della somiglianza del suono proposto sembra rassicurare, ma inibisce la conoscenza. C’è stato poco riciclo a livello di band, sono le stesse che erano a noi contemporanee. Afterhours, Verdena c’erano già quando c’eravamo noi. I The Kolors li conosco da otto anni, Lo Stato Sociale esiste almeno da cinque. Siamo circondati da band non nuove. Non c’è in questo momento la spinta per far nascere cose nuove. Anche perché oggigiorno si parla molto di numeri anche tra i gestori di quei pochi locali live che rimangono, per cui fan suonare le band che hanno più follower. Non si dà una chance, non si investe sulla lunga durata. Si da poco tempo anche alle band emergenti. Una volta i discografici facevano questo. I grandi artisti italiani, sono arrivati piano piano. Pensa a Vasco che percorso musicale ha fatto. Bisogna dare tempo e modo. Oggi c’è poco ricambio generazionale e si spezzano le gambe subito. Questo anche perché si è creata una voragine tra chi ha monetizzato e chi invece non riesce a campare facendo solo musica.

Cosa si vede sul palco delle Vibrazioni?
Siamo una live band. Il motivo vero della reunion è ritrovare il nostro pubblico. Dopo lo show vogliamo incontrarlo. La scelta dei club è stata voluta anche per questo motivo. Incontri le persone che hai conosciuto dieci anni prima e ti scambi pezzi di vita. Dal punto di vista della scaletta, facciamo qualche brano di V, in mezzo all’universo Vibrazioni. Si canta tanto, ricordiamo al pubblico che i brani che hanno avuto fortuna sono più di quel che si pensa, perché è giusto ammetterselo che abbiamo avuto una carriera fortunata. Ogni data è diversa dall’altra non avendo vincoli di basi e quant’altro. E’ un concerto molto vivo, alla vecchia. Ci riporta alle Vibrazioni delle origini, a livello emotivo scesi dal palco ci sentiamo più come le Vibrazioni pre-Giulia che post-Giulia. E’ il percorso che porta la parte bella, il perseguire un obiettivo e cercare di raggiungerlo perché regala la coesione, quando sei arrivato senti addosso lo stress di dover mantenere quel successo. Il viaggio è ciò che ci entusiasma, più che l’arrivo. E’ come se avessimo ricominciato da capo, Sbagliato è Dedicato a te 2.0. Il break ci ha permesso di ri-iniziare, siamo davvero contenti.

 

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