Il 24 marzo è uscito “Hard Playing” (Ala Bianca Records, distribuzione Warner),  il nuovo disco di Paolo Jannacci, che arriva a quattro anni di distanza dal suo precedente lavoro.

L’album contiene nuovi brani jazz originali e due cover di grande raffinatezza e spessore artistico ed è stato composto e suonato da un quartetto, che si è occupato anche della produzione dei brani, composto da Stefano Bagnoli (batteria), Marco Ricci (contrabbasso), Daniele Moretto (tromba) e dallo stesso Jannacci.

“Hard Playing” contiene, oltre al cd, anche un dvd dello spettacolo permanente “In Concerto con Enzo” dedicato al padre ed alle sue canzoni.

Paolo, come mai hai scelto “Hard Playing” come titolo del disco?

“Ho scelto Hard Playing come titolo perchè volevo fare qualcosa di diverso rispetto al mio penultimo disco “Allegra”, che mi sembrava buono ma acerbo, onesto ma anche stucchevole in certi punti, essendo molto strutturato. Siccome la musica, tutta, non solo quella jazz, deve arrivare senza sovrastrutture, volevo fare un disco onesto, legato al jazz contemporaneo, alla sperimentazione, meno dolce dal punto di vista del suono, ma fluido. Sono contento del risultato ottenuto, intanto perchè certi canoni che volevo inventare sono usciti, quindi armonie meno standard, un album più duro dal punto di vista stilistico e tutto questo è confluito nel titolo in inglese. Le canzoni del disco sono state realizzate a quattro mani, magari avevo l’idea del tema principale, poi Stefano, Daniele e Marco hanno aggiunto le loro opinioni, apportando delle modifiche. Quindi è giusto che io dia risalto anche ai miei compagni di lavoro”.

Nel disco sono presenti due cover, “You must believe in spring” e “Who can I turn to”. Cosa ti lega a questi due brani?

“Sono legato a questi brani per affezione stilistica. Ho cominciato ad appassionarmi a “Who can I turn to” grazie a Carlo Morena, il maestro che avevo quando ho frequentato il Conservatorio a Como, e ho cantato questo pezzo per la prima volta a Zelig, in una puntata in cui c’era papà come super ospite. Stessa cosa per “You must believe in spring”, l’ho studiato e l’ho portato in giro e ho voluto inserirlo nel disco perchè è un bel pezzo”.

E’ vero che in origine doveva essere un triplo cd, con all’interno anche un album pop?

“Sì, in origine doveva esserci anche un disco pop che spero di far uscire presto, sarà il mio primo cantato dove racconto storie. Io avrei fatto uscire un triplo cd, invece abbiamo deciso di fare un doppio, perchè magari poteva risultare troppo pesante. Nella lavorazione di questo album ho messo molto tempo e fatica, è venuto bene e mi fa piacere, rappresenta quello che sento in questo momento, cioè la bellezza di suonare. L’album nasce dall’esigenza di mettermi in un’ottica matura, dove la musica non è fatta per rimanere fine a se stessa, ma in cui l’ascoltatore abbia il diritto di provare piacere ascoltando quello che tu fai. Questo disco ha una marcia in più emotivamente, infatti ne esce un Paolo Jannacci slegato dalle strutture che prima lo imbrigliavano”.

Quanto avere un papà che faceva il cantautore ha influenzato la tua scelta di intraprendere la carriera musicale?

“Un po’ mi ha influenzato, anche se papà mi ha sempre lasciato carta bianca su quello che volevo fare, però quello che mi ha fatto respirare negli anni dell’adolescenza mi ha dato la carica e mi ha fatto innamorare della musica, quindi nel periodo dai 10 ai 15 anni ho capito che mi sarebbe piaciuto fare il musicista. Poi la decisione di intraprendere davvero questa strada l’ho presa a 17 anni. Ho cominciato a pensare cosa volessi suonare e da lì è partito tutto”.

Come vedi la scena jazz italiana attuale?

“La vedo bene, suonano tutti meglio di me (ride) e hanno grande successo anche Oltreoceano, abbiamo delle eccellenze pazzesche ed è un genere che non morirà mai, perchè si parla di una musica onesta, che mette tutti a proprio agio. Abbiamo una grande capacità di inventare temi melodici, già col melodramma siamo stati gli attori principali e questa capacità l’abbiamo nel dna. Tra i grandi del jazz penso a Paolo Fresu, a Dado Moroni, apprezzato tantissimo in America, a Stefano Bollani, che sa fare tutto benissimo, ed è inarrivabile. Sono i nostri portavoce nel mondo”.

Riguardo la collaborazione con J-Ax e Fedez, come pianista della band che accompagna il loro tour, cosa ci racconti?

“Per quanto riguarda la collaborazione con Ax e Fedez, penso che alla fine nella musica non devi relegarti in un genere, mio papà ha suonato con musicisti pop della scena italiana, dalla Vannoni a Ranieri, ho avuto anch’io delle belle esperienze insieme a lui e ad altri artisti come ad esempio Baglioni e quindi ci deve essere contaminazione. A papà piacevano i musicisti che arrivavano dal jazz perchè avevano un approccio meno freddo, meno business e più voglia di comunicare. Era un periodo in cui ero un po’ fermo, così ho chiamato J-Ax e ho chiesto se avesse necessità di allargare la sua band e lui mi ha detto che aveva uno slot libero come tastierista e quindi è stato per me un rimettersi in gioco in modo diverso. Ho accettato perchè avevo voglia di far questa esperienza, lo ringrazio tuttora per questa possibilità che mi ha dato. Ci compensiamo a vicenda, io dono la mia energia e il mio know how e loro mi danno la loro e l’opportunità di condividere i loro concerti davanti a decine di migliaia di persone. J-Ax e Fedez dicono che sono il loro Rolex, il valore aggiunto, facciamo una gag durante i live ed è molto divertente. I pezzi sono belli e mi piace suonarli. Il loro è un super show, una macchina perfetta, in cui bisogna sbagliare il meno possibile. J-Ax e Fedez sono due mostri, Alessandro ti coinvolge e poi è bravo a rappare e a dare nuovo senso ai suoi brani, di Federico mi ha stupito il relax, ti mette a tuo agio e questo per il pubblico e per i musicisti è importante. E poi è un grande imprenditore di se stesso”.

Presenterai il disco con dei live?

“Sì ma devo ancora capire quando, il 26 aprile alla Feltrinelli suonerò qualcosa, appena finirò il tour con J-Ax e Fedez partirò con la presentazione e i concerti. Nei live voglio riuscire a trasmettere energia e quella voglia di vivere che mi ha lasciato papà, e che anche nei momenti tristi ti fa apprezzare quello che hai”.

 

 

 

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