Evolution è il disco con cui Anastacia ritorna prepotentemente nelle classifiche e sulle frequenze italiane. Anticipato dal singolo “Caught in the Middle”, l’album rappresenta un suo ritorno alle origini.

Il 2018 la riporterà in Italia: il 6 maggio a Brescia, il 7 maggio a Roma, il 9 maggio a Bologna e chiuderà il 10 maggio a Milano.


Cosa rappresenta “Evolution”?
Quando ho scritto questo album, nessun titolo funzionava. Non imprimevano quello che sentivo, che volevo dire in questo album. Quando l’ho ascoltato, ho sentito che se prendi i primi tre dischi e ne fai un mix, è come se fossi evoluta al contrario, ritornando l’artista che ero all’inizio e che ho perso per strada. Avevo perso la mia femminilità da qualche parte, avevo perso la musica. Questo disco mi ha ridato indietro tutto quello che avevo perso. E’ come se fossi tornata indietro a 10 anni fa, nel 2007, e mi sento come se questo fosse l’album che sarebbe dovuto uscire in quel momento, ma ci è voluto un po’. Il titolo sembrava racchiudere tutto quello che sta accadendo nel mondo, l’evoluzione della musica, la mia evoluzione. Sembrava perfetto e forte. Sono tornata, e invece di essere solamente tornata ho anche superato tutto. Perché qualche volta dire “sono tornata” non ha senso: sono sempre stata lì ma non c’era tutta me stessa. Quindi ho finalmente superato e attraversato le tende e la porta, e sono qui. E sono qui con ogni parte di me. Sono qui con la mia femminilità, sono qui con la mia forza, con la mia scrittura. La mia voce non è mai andata via, per fortuna c’era sempre, grazie a Dio! Ma altre parti di me sono in qualche modo svanite.

Dopo la “Resurrection”, è arrivata l’”Evolution”.
Credo che dovesse succedere. A posteriori, penso ‘Wow, ho dovuto scrivere “Resurrection” prima di “Evolution”. Ero devastata, dovevo ricostruire me stessa come persona e quell’album aveva bisogno di uscire. Sono andata in tour e mi sono ricongiunta con i miei fan, ho pubblicato il Greatest Hits e ha funzionato. Ho pensato ‘credo che ci siamo’. Sono riuscita a scrivere questo album, che mi ha fatto pensare ‘Wow, questo mi ricorda qualcosa che avrebbe dovuto essere nel secondo album, questa roba è cool’. È un bel mix eclettico tra sezione di fiati, violini, e l’ho creato senza dover sentire la necessità di inserire un certo suono, o l’autotune, o un rapper, o un duetto con chiunque. Si tratta di un album personale, proprio com’è stato il primo.

Hai qualche rimpianto?
Ho lasciato Sony perché ho deciso di seguire il mio A&R guy, all’apice della mia carriera. David Massey è stato il gentiluomo che mi ha scritturato nel 1998, lo consideravo il mio guru. Nel 2007 lui ha voluto andarsene, e io ho deciso di seguirlo. Sono andata via per lealtà. Con la Sony poi abbiamo rilasciato le mie “Greatest Hits”.

Eri preoccupata di dover replicare il successo degli altri album?
Non penso alla competizione quando lavoro. Quando scrivo e sento di stare forzando qualcosa, lascio perdere. Non mi piace scrivere gli “album fillers”, non saranno i singoli più potenti, ma devono comunque significare qualcosa.

Il tour ha influenzato la scrittura del disco?
Se non avessi lavorato, penso che quest’album sarebbe stato migliore, non ho mai scritto un album durante un tour. Due mondi diversi, due fusi orari diversi.
Qual è la differenza tra il pubblico italiano e americano?
Non conosco il pubblico americano! Molti americani vengono a vedermi in Europa, è davvero strano. Ma non ho davvero una carriera americana. Non posso dire la ragione esatta, ma credo che è successo qualcosa con i big della radio, 20 anni fa. Il mio album stava per uscire, ero una di quelle artiste che ogni etichetta voleva scritturare, ma non è successo, quindi mi hanno lanciato in Europa, dove ho avuto successo. Potevo avere qualsiasi show televisivo, ma non potevo andare in radio, e se non puoi andare in radio in America, non funzioni. E mi sono arresa al fatto che sono davvero grata per aver avuto questa opportunità di imparare e osservare le altre culture. Credo di essere una persona migliore per questo.

Qual è il tuo ricordo più speciale legato all’Italia?
Cantare con Pavarotti. Ero in soggezione, e credo fosse la prima volta che cantavo con un’orchestra, e dovevamo aspettare che calasse il sole – e io non ci credevo, dicevo “Oh mio dio, davvero?”, e mi hanno spiegato che gli strumenti non potevano suonare con il sole. È stato a Modena. Ho cantato “Cowboys and Kisses”, e lui ha cantato “I Ask of You”, aveva tradotto parte della mia canzone in italiano, e ancora oggi vorrei poter avere una copia di quella performance. Mi ricordo ogni secondo. Le prove con lui, era così adorabile. Sul palco, con il mio piccolo tuxedo, lentamente ma nettamente si nota che durante l’esibizione mi avvicinavo sempre più e alla fine della canzone praticamente mi sono appoggiata alla sua spalla.

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